Le parole del senatore Claudio Fazzone sul nuovo Polo Ospedaliero Fondi-Terracina meritano una lettura che vada oltre la cronaca dell’annuncio di Cosmo Mitrano. Dietro l’entusiasmo per un progetto che guarda a cinquant’anni di distanza, emerge infatti un quadro più complesso e per certi versi più scomodo: quello di una sanità laziale che, nell’attesa di un futuro ancora tutto da costruire, continua a penalizzare il presente dei cittadini del sud pontino.
Il primo dato che colpisce, leggendo tra le righe dell’intervista, è l’ammissione implicita di uno squilibrio strutturale. Fazzone parla apertamente di una Regione Lazio “sorda” alle richieste del territorio e priva di risorse sufficienti, e soprattutto denuncia un sistema costruito dalla politica romana attorno al privato più che al pubblico. È un’affermazione che va presa sul serio: non si tratta di una critica di parte, come lo stesso senatore tiene a precisare, ma della fotografia di un modello sanitario regionale che concentra investimenti, eccellenze e attenzione politica nella Capitale e nel suo hinterland, lasciando alle province il ruolo di comprimarie. Il paradosso è che a denunciarlo sia proprio un esponente di lungo corso della maggioranza politica che quel sistema ha, negli anni, contribuito a governare.
Il secondo punto, forse quello più urgente, riguarda la tempistica. Il nuovo ospedale unico, per quanto finanziato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti e quindi teoricamente “neutro” rispetto alla spesa sanitaria regionale, resta un orizzonte di anni, se non di decenni. Nel frattempo, i cittadini di Terracina, Fondi e Formia continuano a fare i conti con pronto soccorso sovraffollati, reparti che non reggono e trasferimenti verso Latina o Roma che diventano la norma piuttosto che l’eccezione. La battaglia per i servizi sanitari, dunque, non può essere rimandata al giorno dell’inaugurazione del nuovo polo: va combattuta oggi, sul Fiorini e sul San Giovanni di Dio, pena il rischio concreto di consegnare al futuro ospedale un territorio già impoverito di professionalità e di fiducia dei cittadini.
Il terzo asse toccato da Fazzone è forse quello politicamente più delicato, perché tocca un nervo scoperto della storia locale: il campanilismo tra Fondi e Terracina. Il senatore lo dice senza troppi giri di parole, rifacendosi persino alla programmazione avviata ai tempi della presidenza Zingaretti: mantenere due strutture a pochi chilometri di distanza, entrambe sotto organico e sotto pressione, non ha più senso né sanitario né economico. L’idea di un unico grande presidio capace di offrire in un solo luogo risonanze, PET, specializzazioni e sale operatorie di livello adeguato, evitando i continui rimpalli tra un ospedale e l’altro, non è un capriccio urbanistico ma una necessità imposta dai numeri: una popolazione residente che d’estate si moltiplica di dieci volte lungo la Riviera di Ulisse non può continuare a essere servita da due strutture in affanno.
Da qui discende il quarto punto, che è insieme un monito e una minaccia. Se la programmazione romana continuerà a privilegiare il sistema privato e a trascurare gli ospedali del sud pontino, la qualità dell’assistenza a Terracina, Fondi e Formia non potrà che peggiorare. Non è una previsione neutra: è la logica conseguenza di anni di sottofinanziamento, di primari che se ne vanno (o che restano solo grazie a iniziative personali, come nel caso citato del dottor Nocca) e di reparti che sopravvivono più per la buona volontà di chi vi lavora che per una reale strategia regionale.
Infine, il quinto elemento, forse il più politico di tutti: l’annuncio di un possibile impegno a investire maggiormente sulle due strutture esistenti nell’attesa del nuovo ospedale. È un impegno che suona quasi obbligato, dopo anni in cui gli utenti hanno visto promesse analoghe non tradursi in fatti concreti. Il condizionale, in questo caso, è d’obbligo: la fiducia dei cittadini del sud pontino nella capacità della Regione di mantenere standard dignitosi “nel frattempo” è stata già messa a dura prova, e non basteranno le buone intenzioni a ricostruirla.
Resta, sullo sfondo, la vecchia rivalità tra Fondi e Terracina, che Fazzone stesso individua come uno degli ostacoli storici a una programmazione sanitaria razionale. Ma davanti a pronto soccorso al collasso e a una popolazione che si moltiplica ogni estate, quella logica campanilistica appare sempre più anacronistica. La vera domanda, oggi, non è più a chi debba appartenere l’ospedale del futuro, ma se la politica — romana e locale insieme — saprà garantire, nell’attesa, una sanità pubblica degna di questo nome. Perché un progetto pensato per il 2076 non può giustificare l’abbandono del 2026. (everardo longarini)
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