A Terracina esistono luoghi iconici, profondamente radicati nell’immaginario collettivo. Uno di questi è piazza Gregorio Antonelli, meglio conosciuta dai terracinesi doc come “abbasc’ i pont”: luogo dell’anima, della memoria e, a quanto pare, anche del degrado creativo.
Per i forestieri, individuarla non è sempre facile, complice anche l’orrendo tombinamento del Lungolinea Pio VI, che proprio da questo ex ponte avvia la sua triste parabola, consegnando alla storia una discutibile opera di ingegneria urbana.
Ma veniamo al cuore pulsante di questo angolo cittadino, strategico snodo della mobilità terracinese, dove troneggia un “bellissimo” semaforo, circondato da automobilisti impazienti, pedoni diretti all’ufficio postale e avventori delle attività commerciali. Tutti costretti a passare davanti a una delle attrazioni più suggestive del luogo: l’altare delle biciclette dimenticate.
Un’esposizione permanente, gratuita e rigorosamente all’aperto, che non teme confronti con i più prestigiosi musei di arte contemporanea. Qui le biciclette non vengono semplicemente abbandonate: sono consacrate all’eternità, trasformandosi in reperti di una civiltà scomparsa, testimoni silenziose di pedalate interrotte e proprietari misteriosamente svaniti.
Ma la natura, quando vede l’uomo fallire, prova a rimediare. Ed ecco che il nostro altarino laico si è arricchito di una folta vegetazione, che avvolge alcune delle povere due ruote in un abbraccio botanico. Altro che rottamazione! Qui siamo alla riforestazione spontanea applicata alla mobilità sostenibile.
Ormai mimetizzate tra le erbacce, le biciclette sembrano aver trovato una nuova vocazione: da mezzi di trasporto a elementi d’arredo paesaggistico. Chissà che un giorno qualche botanico non le classifichi come una nuova specie autoctona: Bicicletto abbandonicus, resistente alla pioggia, al tempo e soprattutto all’intervento umano.
Conversando amabilmente con un notissimo commerciante del luogo — del quale, per discrezione, non sveleremo i servizi offerti alla clientela — abbiamo appreso un dettaglio degno di un trattato di alta amministrazione pubblica.
Pare che, dopo una grande operazione di pulizia effettuata tempo fa, l’Ente Locale non provveda più al ritiro delle biciclette abbandonate perché mancherebbe un ricovero dove depositarle.
E qui casca la pedalata! Le biciclette non si rimuovono perché non si sa dove metterle; non si sa dove metterle perché manca un ricovero. Nel frattempo, in attesa di una soluzione, il ricovero lo hanno trovato da sole, accomodandosi tra le erbacce di piazza Gregorio Antonelli.
Nessuno pretende una reggia per ogni bicicletta abbandonata, né un sontuoso Bici Palace con taglio del nastro, banda musicale e buffet istituzionale. Basterebbe individuare uno spazio idoneo, organizzare un servizio di raccolta e restituire a questo angolo di città un minimo di decoro. Ma, tra pedalate burocratiche e frenate amministrative, il traguardo sembra ancora lontano.
Dunque, o viandante che attraversi questo paradisiaco scenario, non lamentarti di tanta bellezza e non lasciarti sopraffare dallo stupore. Ammira, piuttosto, il mirabile connubio tra archeologia urbana, arte involontaria e giardinaggio spontaneo.
Continuiamo a sperare che l’Ente Locale trovi finalmente un luogo adatto dove mettere a dimora questi relitti a pedali, ormai stanchi di vivere alla giornata.
Perché anche le biciclette hanno diritto a una seconda possibilità. E soprattutto, perché piazza Gregorio Antonelli merita di essere ricordata per la sua storia, non per essere diventata il cimitero botanico delle due ruote.
(everardo longarini, per i Racconti sulla Città)
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