C’è un dettaglio, nella vicenda delle dimissioni del dott. Pietro Serra dal Consiglio di amministrazione del Consorzio Sociale LT4, che rischia di essere più significativo delle dimissioni stesse: il silenzio che le ha accolte.
Non è una questione di forma. Quando un componente di un organo di governo di un ente pubblico rassegna le dimissioni motivandole con un ruolo “svuotato di sostanza”, non sta esprimendo un disagio personale da archiviare con un comunicato di circostanza: sta certificando, con la propria uscita, che qualcosa nella governance non funziona. E quando né il Consorzio né il Comune di Terracina che Serra rappresentava — socio fondatore dell’ente — ritengono di dover rispondere, quel silenzio diventa esso stesso una risposta. Solo che è la risposta sbagliata.
Il Consorzio LT4 non nasce ieri, né nasce senza polemiche. È il frutto di un iter avviato nel 2018, arrivato a compimento solo nel 2025 dopo anni di rinvii, e accompagnato fin dall’inizio dalle preoccupazioni dei sindacati sul destino dei lavoratori dell’Azienda Speciale di Terracina. È un ente che gestisce, o gestirà, i servizi socio-assistenziali di cinque Comuni: asili nido, trasporto scolastico, assistenza alle fasce più fragili della popolazione. Non stiamo parlando di una partecipata qualunque, ma dello strumento con cui il territorio intende occuparsi di chi ha più bisogno. Su un ente così, la trasparenza non è un optional: è la precondizione della sua legittimità.
Per questo le dimissioni di Serra avrebbero meritato, e meriterebbero tuttora, una parola chiara da parte di chi amministra il Consorzio e da parte del Comune di Terracina. Non necessariamente una parola di resa o di autocritica: sarebbe già sufficiente una nota che spiegasse cosa non ha funzionato nel rapporto tra il Cda e la governance dell’ente, quali sono i tempi per la sostituzione, se le criticità sollevate sono ritenute fondate o no. Il punto non è dare ragione a Serra a priori.
Il rischio, altrimenti, è che il silenzio venga letto — a torto o a ragione — come conferma implicita di quel “ruolo svuotato di sostanza” denunciato dal dimissionario: l’immagine di un organo di amministrazione che esiste sulla carta ma che nei fatti non decide, non viene informato, non viene coinvolto. Se così non è, lo si dica. Se lo è, tanto più occorre dirlo, perché un consiglio di amministrazione decorativo su un ente che maneggia servizi essenziali alla persona non è un problema di etichetta istituzionale: è un problema di sostanza democratica.
Le amministrazioni che scelgono il silenzio davanti a segnali di questo tipo, di solito, lo fanno per due ragioni: perché ritengono la questione non rilevante, o perché temono che rispondere significhi ammettere qualcosa. Nel primo caso sbagliano la valutazione politica; nel secondo, la loro reticenza finisce per dare ragione, per omissione, proprio a chi se n’è andato sbattendo la porta.
A Terracina e nel Consorzio LT4 una parola, a questo punto, è dovuta. (everardo longarini)
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