mercoledì 12 dicembre 2018,
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La Provincia inaugura a Campodimele il monumento ai Carabinieri caduti nella lotta al brigantaggio

scritto da admin

Si è svolta a Campodimele, nei giorni scorsi, la cerimonia d’inaugurazione del monumento dedicato ai Carabinieri caduti nella lotta al brigantaggio.
Una cerimonia partecipata dalla cittadinanza di Campodimele e con il prezioso intervento del Sottosegretario di Stato alla Difesa Filippo Milone, del Sindaco Roberto Zannella e di Armando Cusani Presidente della Provincia di Latina.
Come si ricorderà, la manifestazione di Campodimele giunge dopo che la Provincia di Latina ha dedicato al 150° anniversario dell’Unità d’Italia significati momenti su vicende storiche legate al Passo del Garigliano, alla Battaglia di Mola di Gaeta oggi Formia, all’Assedio di Gaeta, riflettendo e indicando ai giovani la figura del Carabiniere che, nel solco di una tradizione inaugurata con la nascita del Corpo, è ancora viva e attuale.
Il grave fenomeno del brigantaggio inizia dal 1860 e insanguinò il centro e il meridione del Paese con azioni e imprese tipiche di una guerra civile, che proprio gli storici dell’Arma dei Carabinieri individuano come causa della frattura tra il Nord e il Sud, in un’analisi equilibrata, serena anche nell’individuare banali errori di strategia da parte del Governo unitario.
«Nei primi anni, il brigantaggio ebbe connotazioni politiche: Papa Pio IX, dopo la perdita delle Marche, Francesco II e Maria Sofia, dopo la capitolazione di Gaeta e del Regno delle Due Sicilie, facilitati anche da una situazione sociale disastrosa, dal malcontento delle fasce più deboli e dai pregiudizi di Torino, fecero fronte unico nel condurre campagne di arruolamento di milizie irregolari per avviare una controrivoluzione sulla falsariga di quella che gli stessi Borboni condussero nel 1799 e nel 1849 per soffocare i moti giacobini e liberali di quei periodi – sostiene il presidente Armando Cusani.
Dal 1863 e fino al 1870 , nel brigantaggio prevalse la componente criminale. Le azioni denotarono inaudita ferocia da una parte e dall’altra e il fenomeno, dalle sue origini fino alla sostanziale eliminazione, propiziata anche dai contenuti duramente repressivi della legge Pica, fece più morti delle tre guerre d’indipendenza messe insieme.
Furono 120 mila i militari impegnati nella lotta al brigantaggio. Tra loro 6887 carabinieri, un terzo delle forza complessiva dell’Arma. In dieci anni le ricompense al valor militare assegnate per tutta la campagna furono 4 Medaglie d’Oro, 6 Croci dell’Ordine Militare di Savoia, 2375 Medaglie d’Argento e 5012 Menzioni Onorevoli. Di queste all’Arma dei carabinieri andarono 1 Medaglia d’Oro al Valor Militare, 4 Croci dell’Ordine Militare di Savoia, 531 Medaglie d’Argento al Valor Militare e 784 Menzioni Onorevoli: ovvero la quarta parte delle ricompense al valore meritate dalle forze dell’Arma che rappresentavano appena un ventesimo della forza totale.
Vorrei ricordare – prosegue Cusani – tutti questi carabinieri e quelli che nella lotta al brigantaggio sono caduti in scontri impari o perché proditoriamente assassinati dopo la cattura per non aver ripudiato il giuramento di fedeltà. Sono davvero tanti, ma credo di poterne riassumere il coraggio, l’ardimento, la tenacia, la capacità investigativa attraverso uomini-simbolo come Chiaffredo Bergia, da carabiniere effettivo a capitano in pochi anni, insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia, una Medaglia d’Oro, tre d’Argento e due di bronzo al valor militare, una promozione per meriti speciali, 13 menzioni onorevoli e numerosi Encomi tutti per la lotta al brigantaggio, con il nome e i meriti fermi nella storia dell’arma anche attraverso le numerose Caserme a lui intitolate in varie parti d’Italia e il monumento eretto in Bari poco dopo la sua morte ad appena 52 anni.
Non meno cara alla storia dell’Arma è la figura del Capitano Michele Giacheri, comandante della compagnia di Formia nel 1890.
Anche nel Golfo di Gaeta e in questi tenimenti dell’allora Provincia di Terra di Lavoro questo duro ufficiale piemontese si fece valere arrestando nel 1890, proprio a Gaeta, il brigante Francesco Simeone, latitante da otto anni.
Furono queste doti che spinsero i superiori a inviare il Capitano Giacheri e i suoi più stretti collaboratori in Maremma sulle tracce di una leggenda: Domenico Tiburzi. La storia del famigerato capobrigante toscano si terminò la notte tra il 23 e il 24 ottobre 1896, quando i carabinieri del Capitano Giacheri crivellarono di colpi Domenico Tiburzi.
E al Generale Lisetti, – termina il presidente Cusani – delegato della Provincia alla sicurezza sociale, e a suo figlio Enrico devo un sincero ringraziamento: il libro Nel Mondo dei briganti appena pubblicato per i tipi della casa editrice Caramanica documenta attentamente il fenomeno dalle origini fino al banditismo e alla mafia».

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