venerdì 21 settembre 2018,
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Terracina: la storia, il mito … la Chiesa del SS. Salvatore

scritto da Redazione
Terracina: la storia, il mito … la Chiesa del SS. Salvatore

Capire il Neoclassico è guardare al monumento terracinese che lo celebra. E’ guardare alla Chiesa del SS. Salvatore, che Pio VI Papa volle a compimento della “città nuova”, di cui pose la prima pietra il 5 maggio del 1795 e che fu consacrata 60 anni dopo, come è inciso sull’architrave, nel 1856.

Inutile ogni descrizione strutturale, poiché essa è il punto ultimo ed estremo di quella particolare “nostalgia dell’antico” che come una sorta di costante d’origine sfociò in consapevoli ritorni, riflussi, recuperi, rinascenze, rispetto a un fenomeno sostanzialmente unico: l’imitazione di un antico modello.

Ma proprio in quanto risultato estremo, in essa è raccolto l’equivoco enorme, lo spostamento di valore, nei confronti non solo di quella “misura” che la visione spaziale classica aveva saputo trovare con la basilica costantiniana prima e S. Maria Maggiore dopo.

Uno “spazio azione” disegnato sul cammino dell’uomo, che in esso si viene a trovare protagonista assoluto; il “centro” focale della basilica non già statico ma mobile, cui si fa incontro lo spazio e lo invita al moto.

Questo colloquio a due è il primo autentico elemento diradicale novità che distingue la basilica cristiana dal suo modello romano, uno “spazio – dialogo” senza paralleli né precedenti nel mondo antico.

Ed è questa luce che si chiarisce e illumina il significato della decorazione interna, sin dall’origine sontuosa, poi figurata, la quale “insegna”, “racconta” per immagini la storia sacra, annuncia la “buona novella”. Se alla base della basilica costantiniana sta la conversione dell’imperatore e dell’impero, alla base di S. Maria Maggiore sta la funzione apostolica e missionaria della Chiesa: uno spazio due volte eloquente, nelle sue strutture e nel racconto figurato a esse sovrapposto.

Ed è in quest’ultimo che si ritrova l’altro elemento rivoluzionante dell’evento cristiano: un singolare “racconto multiplo” di straordinario spessore storico e concettuale, costituito dalla compresenza di una molteplicità di eventi, tempi e luoghi diversi.

Un racconto di dimensione extra – temporale che anziché fine a se stesso ha una ragione d’essere metafisica: interpreta cioè la realtà come storia umana ed eterna, immanente e trascendente insieme.

In queste immagini il rovesciamento dei principi dell’arte classica assume proporzioni inaudite, chiave di lettura dell’intera figurazione che rivendica a sé il compito di annuncio della “vera filosofia”, da cui trarre un senso mai raggiunto prima; l’arte come racconto storico; il miracolo come liberazione dalle sofferenze e vittoria sulla natura e sulla morte.

Niente di tutto ciò nel SS. Salvatore. Figlio di un’idea imitativa, questa chiesa è un gigante di gesso svuotato di significato, incapace di “dialogare”, di “raccontare”, di “insegnare”, estranea a se stessa e a coloro che accoglie.

Prodotto dell’età moderna, esprime tutto il senso profondamente irreligioso del tempo corrente, incapace di percepire l’aspetto segreto e silenzioso delle cose.

E’ questo un luogo né pagano né cristiano. E’ questo un luogo assente di anima, assente di spirito; è questo un luogo assente.

 

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