Si è chiusa ieri mattina la riunione tra i sindacati di categoria e i lavoratori dei Centri Unici di Prenotazione (Cup) della provincia di Latina, al termine della quale FP CGIL Roma e Lazio, CISL FP Lazio e UIL FP Roma e Lazio hanno diffuso un comunicato congiunto, a firma dei sindacalisti Paolo Terrasi, Giancarlo Cosentino e Claudio Benedetti (FP CGIL). Il documento è stato inviato, oltre che alla stampa, alla Prefettura di Roma, alla Regione Lazio, al presidente Francesco Rocca, alla Direzione Salute e Integrazione sociosanitaria e alla Commissione di garanzia sull’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali. Destinatarie anche le aziende coinvolte nell’appalto: il Consorzio CNS, la società SDS Srl e la cooperativa Crescere Con, attuali affidatarie della commessa Cup nella provincia pontina.
A dare la misura della crisi non è tanto il comunicato ufficiale, quanto le parole pronunciate in apertura dell’incontro con i lavoratori da Francesca Gentili, che ha definito “gravissima” la situazione in cui versano gli addetti dei Cup pontini. Un aggettivo netto, che fotografa uno stato di insolvenza conclamato da parte delle ditte titolari dell’appalto e che stride, non poco, con il tono del documento diffuso subito dopo.
Il comunicato sindacale, infatti, si limita ad annunciare l’avvio di una procedura preventiva, precisando esplicitamente che “la presente comunicazione non costituisce proclamazione di sciopero, ma l’attivazione della procedura preventiva prevista dalla normativa sui servizi pubblici essenziali”. Una formula tecnicamente corretta, obbligatoria dal punto di vista procedurale, ma che ai lavoratori restituisce l’immagine di una vertenza ancora tutta da costruire, mentre le scadenze economiche di ogni famiglia – bollette, rate di mutuo, utenze – non concedono la stessa flessibilità dei tempi sindacali e istituzionali.
Nel frattempo, tra le parti in causa si consuma il consueto rimpallo di responsabilità. La Regione Lazio sostiene di aver saldato regolarmente quanto dovuto alle società appaltatrici. Anche la Asl di Latina afferma di essere in regola con i pagamenti. Dall’altra parte, le imprese titolari dell’appalto – SDS Srl e Crescere Con – risulterebbero, come affermato dai sindaci in assemblea, al momento prive della liquidità necessaria a corrispondere gli stipendi.
Il risultato è che nessuno degli attori coinvolti si assume la responsabilità diretta del ritardo: ognuno dichiara di aver adempiuto ai propri obblighi, mentre gli stipendi restano bloccati e i lavoratori sospesi in un’attesa che si protrae senza una data certa di soluzione.
Di fronte a un quadro in cui la macchina istituzionale procede per canali formali – riunioni sindacali, comunicati, procedure di raffreddamento – ma i pagamenti restano fermi, lanciamo l’idea di ricorrere a misure straordinarie, quasi emergenziali, per garantire nell’immediato un sostegno economico ai lavoratori in attesa che il nodo dei rapporti tra Regione, Asl e società appaltatrici trovi una soluzione strutturale. Una “proposta da economia di guerra”, appunto: uno strumento eccezionale da ricercare per una situazione che evidentemente non può più essere affrontata con i soli strumenti ordinari.
Perché al netto delle sigle, delle Pec e dei protocolli, restano 115 persone che ogni giorno fanno funzionare un pezzo essenziale della sanità pubblica pontina e regionale, e che oggi si trovano a fare i conti con l’incertezza più elementare: sapere se, e quando, arriverà lo stipendio. (everardo longarini)
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