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Venezuela: un Paese al bivio tra incertezze e nuovi scenari

scritto da Redazione
Venezuela: un Paese al bivio tra incertezze e nuovi scenari

La crisi venezuelana rappresenta uno dei nodi geopolitici e umanitari più complessi dell’America Latina contemporanea. A oltre vent’anni dall’avvento del chavismo, il Paese è attraversato da una profonda crisi economica e sociale, segnata da inflazione, povertà diffusa, collasso dei servizi essenziali e da una diaspora che ha coinvolto milioni di cittadini. A questo scenario già drammatico si è recentemente aggiunto l’intervento militare degli Stati Uniti, che ha acuito le tensioni interne e generato un clima di paura e smarrimento nella popolazione civile. Le esplosioni a Caracas, le vittime e il rischio di una nuova spirale di violenza hanno riaperto ferite storiche e interrogativi sul futuro del Paese. Interris.it, in merito all’attualità e agli scenari futuri del Venezuela, ha intervistato il dott. Estefano Jesùs Soler Tamburrini, intellettuale venezuelano ed ex operatore Caritas.

L’intervista

Qual è la situazione della popolazione civile venezuelana dopo l’intervento statunitense?

“Innanzitutto, bisogna distinguere tra il piano interno e quello esterno, tra chi vive la diaspora e chi è rimasto nel Paese. Mentre nelle piazze di Madrid molti festeggiavano ed erano euforici, in Venezuela si è diffuso un clima di paura, ansia e di ricerca di una normalità perduta. Molte persone, semplicemente, non hanno capito cosa stesse accadendo. A Caracas si sentivano le esplosioni: bombardamenti che hanno colto di sorpresa i residenti, qualcosa di mai sperimentato prima in un Paese abituato a una violenza diffusa, ma non a una violenza di tipo bellico, su scala di guerra. Sappiamo che ci sono state vittime, non solo militari. Alcune abitazioni sono state colpite, per esempio nella zona di Catia e nella Guaira. La popolazione vive un profondo senso di smarrimento. Non si tratta di sostenere politicamente Maduro né di schierarsi con una delle parti: sono persone già provate da una gravissima crisi economica, che ora temono di dover affrontare nuova paura e ulteriori contraccolpi”.

In questo scenario, come si stanno collocando la Chiesa venezuelana e i movimenti popolari cattolici?

“La posizione della Chiesa venezuelana è chiara: un netto no alla violenza. È stato chiesto che le armi vengano sostituite da strumenti di riconciliazione, di pace, di incontro e di aiuto reciproco. In un Paese dove ora cresce la diffidenza, dall’alto, per il timore di tradimenti interni al regime, e dal basso, dove repressione e persecuzione hanno spesso colpito persone che non c’entrano nulla, la popolazione civile è la prima a pagare il prezzo più alto. I movimenti popolari cattolici dell’America Latina hanno una posizione univoca: no alla guerra e no al ritorno della dottrina ‘del cortile di casa’ come strumento di risoluzione dei conflitti. I traumi sono profondi e riemergono vecchi fantasmi. Non si parla solo del Venezuela: la Groenlandia è stata minacciata, la Colombia pure. Al presidente Gustavo Petro è stato detto: ‘sei il prossimo’. Ferite storiche che tornano a sanguinare. Questo intervento, inoltre, è apparso diretto, senza le velature di altri episodi del passato, come in Nicaragua. È mancata persino la narrativa della democrazia o dei diritti umani, e questo lascia molti perplessi”.

Guardando al futuro, quali scenari si prefigurano per il Venezuela?

“La prima urgenza è disarmare le parole, come ci ha ricordato Papa Leone XIV: disarmare i cuori e il linguaggio. La violenza fisica è stata preceduta da una violenza verbale fortissima, da tutte le parti: dal regime e dal governo, ma anche da settori dell’opposizione che hanno invocato l’intervento militare, usando espressioni come ‘narcoterrorismo’ per definire l’avversario politico. A questo si aggiunge la retorica aggressiva proveniente da Trump e dal suo entourage. Il futuro si sta costruendo anche attraverso coloro che oggi reggono il governo e cercano una mediazione con l’amministrazione statunitense. Gli stessi Stati Uniti sembrano aver compreso che non si può forzare eccessivamente un Paese che non è strutturato secondo i paradigmi del capitalismo, e che non si può smantellare dall’oggi al domani un sistema politico radicato da oltre vent’anni. Alcune strutture dell’amministrazione e della sicurezza pubblica dovranno necessariamente garantire continuità, altrimenti il rischio è il naufragio collettivo. Serve una sintesi tra i diversi interessi in campo, tenendo però come criterio fondamentale il bene del popolo venezuelano”.

Di Christian Cabello

7 Gennaio 2026

Da Interris

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