Eravamo ragazzi sul finire degli anni Sessanta, e la nostra strada era via Roma. All’epoca la galleria di Monte Giove non era ancora stata scavata, per l’ostinazione di tanti commercianti che avevano bottega su quella via centrale di Terracina e non volevano perdere il viavai di gente e automobilisti che vi passava davanti.
Era una strada che, soprattutto d’estate, si trasformava in un unico serpentone di lamiera: auto incolonnate per chilometri, ma anche autotreni carichi di ogni merce immaginabile — per un certo periodo perfino “cariole” — dirette verso il sud della provincia e del Lazio (sarà perché sempre al sud e mai dal sud al nord). Una sorta di inferno dantesco, se ci penso oggi. Ma noi, allora, non lo sapevamo: con quel caos ci eravamo nati, e non avevamo la minima idea di cosa fosse l’inquinamento sputato dai motori a scoppio di quegli infernali veicoli.
Giocavamo a pallone in piazza Garibaldi — senza la statua dell’eroe dei Due Mondi — quando ancora il selciato era d’asfalto, e per porta bastavano due panchine poste, come per un disegno del destino, ai lati opposti della piazza. Era lì che si sognava il gol da Coppa dei Campioni, il gol da Mondiale, in partite che d’estate iniziavano dopo pranzo e si concludevano al buio, rischiarate appena dalla poca luce che i lampioni della piazza riuscivano a offrire.
Ma il vero richiamo, il divertimento più atteso, era un altro. Consisteva nel formare due squadre di ragazzi del popolo terracinese che, arrampicati sulle piante di cetrangoli — che ancora oggi costeggiano quella strada centrale — coglievano con cura i preziosi frutti per poi darsi battaglia, rincorrendosi lungo la via e colpendo senza tregua gli avversari di turno.
Qualcuno dirà: che gioco barbaro, incivile, roba da generazione senza educazione. Niente affatto. Era una sorta di playstation ante litteram, il corrispettivo antico della grande passione dei ragazzi di oggi, chiusi nelle loro camerette a combattere guerre virtuali fatte di morti e feriti altrettanto virtuali. Nella battaglia dei cetrangoli, invece, serviva una mira vera, un sangue freddo autentico da combattimento reale, ed era vietato sbagliare bersaglio: il rischio, altrimenti, era sfasciare o imbrattare la vetrina di qualche negozio aperto su via Roma. Ed allora era guai seri.
Potremmo dire, insomma, che gli alberi di cetrangoli — che il vocabolario registra come Citrus aurantium, una sorta di arancio amaro, immangiabile anche versandoci sopra un quintale di zucchero — furono per noi ragazzi della fine degli anni Sessanta lo strumento di un confronto democratico e franco tra amici rivali, una tregua d’armi che durava solo fino all’esaurimento dell’amaro frutto.
Oggi quelle piante sono ancora lì, ai bordi della stessa strada, cariche ogni anno dei loro frutti che nessuno più raccoglie per farne battaglia. Restano, silenziose testimoni di un’epoca vissuta senza saperlo, di ragazzi che non conoscevano lo smog ma conoscevano il fiato corto delle corse vere, il dolore vero di un colpo preso in pieno, la gioia vera di una schivata riuscita all’ultimo istante. Un mondo di ragazzi che non è più replicabile: non perché mancassero divertimenti migliori, ma perché mancava — e manca — quella stessa strada, quella stessa piazza, quella stessa aria di comunità che ci faceva incontrare all’aperto, senza bisogno di uno schermo, per giocare a essere, per un pomeriggio, guerrieri di un mondo che oggi vive soltanto nella memoria di chi lo ha attraversato.
Everardo Longarini
P.S. Via Roma, il mistero dei cetrangoli scomparsi.
Basta però percorrere via Roma con un minimo di attenzione per notare un dettaglio che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato impensabile: gli alberi di cetrangoli che costeggiano la strada sono ormai quasi del tutto spogli. Non un frutto, o quasi, resta appeso ai rami che un tempo si piegavano sotto il peso di quei colori vivaci.
A ben guardare, qualche cetrangolo è ancora lì, dimenticato tra le fronde. Ma la sua presenza, più che un’eccezione, sembra la prova di una svista: un frutto scampato per caso a quella che appare come una vera e propria opera di raccolta sistematica, se non proprio di “sterminio”, condotta con metodo su tutta la fila di alberi.
Resta da capire chi, e perché, abbia deciso di spogliare così sistematicamente gli alberi cittadini — un piccolo giallo di quartiere che si intreccia inevitabilmente con i ricordi di chi, come chi scrive, ha visto per anni quei rami carichi diventare parte del paesaggio familiare di via Roma.
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