Ventisei anni dopo il primo titolo di famiglia, il Palazzetto di Fondi consacra una nuova generazione. Il racconto di un padre.
“Così sentenziava il monitor del computer al termine della prima gara di Brandon.
A esattamente ventisei anni di distanza, un altro “Longarini” vince il titolo laziale nello stesso Palazzetto dello Sport di Fondi. Una coincidenza pazzesca che mi ha fatto venire i brividi”.
Sembrava di vivere in un film. Il nonno all’angolo, il tifo dagli spalti a ogni punto. E mio figlio, sul tatami, per la prima volta.
È stata una decisione dell’ultimo minuto: l’iscrizione al torneo Kim&Liù Centro, una domanda schietta — «Te la senti di gareggiare?» — e una risposta altrettanto schietta. Sì. Da lì, una giornata che ha ribaltato qualche certezza.
Perché la lezione più grande non è arrivata dal tatami, ma dagli spalti. Ho capito che non ha senso inseguire la perfezione a tutti i costi, arrivare preparati al centodieci per cento, se poi si scende a combattere quando è troppo tardi. A volte bisogna buttarsi. La vita lo chiede.
La giornata ha offerto molto altro. Le Fenici in gara con la febbre a trentotto, le compagne di squadra che si sono affrontate nelle fasi finali — darsele di santa ragione per poi abbracciarsi appena finito il combattimento, come se nulla fosse successo. Perché per loro, in effetti, non era successo nulla di strano. Sono bambini: sanno litigare, scontrarsi, e poi tornare a vivere insieme come prima. Un’arte che gli adulti hanno dimenticato.
Sugli spalti, intanto, i genitori delle ragazze erano lì, uniti da un unico colore: il giallo della Fenice. Un dettaglio che vale più di mille parole.
Giornata pazzesca. Nel senso più bello del termine. (e.l.)
*Il padre del giovane e vincente promessa sportiva è Simone Longarini, maestro della “Fenice” di Borgo Hermada.
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