Con bandi di durata quinquennale, chi gestisce uno stabilimento balneare faticherebbe ad ammortizzare gli investimenti — che possono superare il milione di euro. Il risultato? Strutture più scadenti o prezzi più alti per i consumatori.
Aprire uno stabilimento balneare non è un’operazione a basso costo. Per una struttura di grandi dimensioni — con 350 ombrelloni, bar, cucina, cabine e area eventi — l’investimento iniziale oscilla tra 600.000 e oltre 1,2 milioni di euro. Eppure, proprio mentre si discute di riformare il sistema delle concessioni demaniali, sul tavolo è finita un’ipotesi che gli operatori del settore guardano con profonda preoccupazione: bandi pubblici della durata di soli cinque anni.
Dal punto di vista economico, una concessione così breve rischia di rendere insostenibile qualsiasi progetto imprenditoriale di lungo respiro. E le conseguenze, in ultima analisi, potrebbero ricadere proprio sui consumatori.
Il nodo dell’ammortamento.
Al cuore del problema c’è la logica dell’ammortamento. Ogni investimento imprenditoriale viene recuperato nel tempo, distribuendo il costo sugli anni di vita utile delle strutture. Nel caso degli stabilimenti balneari, ombrelloni e lettini durano in media 5-8 anni, le cabine e le passerelle 10-15 anni, gli impianti elettrici e idraulici oltre 15 anni, mentre bar, cucine e coperture reggono per 12 anni e oltre.
Un piano economico realistico, per uno stabilimento moderno, prevede di rientrare dall’investimento iniziale in almeno 10-15 anni. Con una concessione di cinque anni, questo scenario diventa semplicemente irrealizzabile.
UN CASO CONCRETO
Si prenda uno stabilimento con un investimento iniziale di 900.000 euro.
Con una concessione di 15 anni: 900.000 € ÷ 15 = 60.000 € di recupero annuo.
Con una concessione di 5 anni: 900.000 € ÷ 5 = 180.000 € di recupero annuo.
In termini pratici, il gestore dovrebbe generare tre volte più margine ogni anno solo per rientrare dall’investimento — prima ancora di guadagnare un euro.
A complicare ulteriormente il quadro c’è l’incertezza legata al rinnovo. Se alla scadenza del quinquennio un nuovo operatore si aggiudica la concessione, il titolare uscente potrebbe non avere recuperato il capitale investito nelle strutture — che rimarrebbero sul posto a beneficio del vincitore. Questa prospettiva scoraggia qualsiasi investimento di lungo periodo.
La conseguenza prevedibile è che i gestori si orientino verso strutture temporanee e a basso costo, rinunciando a interventi di qualità — ristoranti strutturati, impianti tecnologici, interventi paesaggistici — che hanno senso economico solo con orizzonti temporali ben più lunghi.
Di fronte a una concessione così breve, gli operatori si trovano davanti a un bivio: ridurre gli investimenti, offrendo strutture più semplici e meno servizi; oppure trasferire i costi aggiuntivi sui clienti, aumentando i prezzi di ombrelloni, lettini e ristorazione.
Nel secondo scenario, riprendendo l’esempio precedente, lo stabilimento che deve recuperare 180.000 euro all’anno — anziché 60.000 — si troverà costretto a scaricare quei 120.000 euro di differenza sui prezzi al pubblico. Un effetto paradossale rispetto agli obiettivi di una riforma che dovrebbe favorire la concorrenza e tutelare il consumatore.
Il rischio, in sintesi, è che le concessioni brevi producano l’esatto contrario di ciò che promettono: invece di incentivare la modernizzazione e migliorare la qualità delle spiagge italiane, potrebbero generare strutture temporanee, meno curate e più costose per i turisti.
Senza meccanismi di tutela degli investimenti — come indennizzi per le strutture realizzate in caso di mancato rinnovo — o durate delle concessioni sufficientemente lunghe da consentire l’ammortamento, il mercato balneare italiano rischia di impoverirsi proprio nel momento in cui si tenta di riformarlo. (e&e)
Immagine “Terracina Foto” che ringraziamo,
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