C’è un detto vecchio: si ritorna sempre dove si è partiti. E se vuoi una prova, non serve cercarla nei libri di storia: bastava affacciarsi la mattina presto laggiù, dove sulla panchina adagiata vicino al porto traianeo — che duemila anni fa vedeva sbarcare le navi di Roma — oggi regge il peso leggero di qualche anziano terracinese, anche malmesso.
Sono seduti come capita, senza ordine, senza protocollo — “anarchicamente”, si potrebbe dire — con il porto millenario alle spalle e la spiaggetta davanti agli occhi, come se stessero ancora aspettando qualcosa. O forse qualcuno. O forse, semplicemente, il tempo che è passato e che loro, testardi, hanno deciso di non lasciar andare del tutto.
Se ti avvicini, se hai la pazienza di ascoltare, scopri che quei vecchi non hanno cognomi. O meglio: ce l’hanno, certo, scritti da qualche parte in un registro anagrafico impolverato, ma nessuno li ha mai usati. Perché a Terracina, in quel pezzo di mondo stretto tra il porto e il mare, per esistere bastava un soprannome, ma hanno anche mille storie di vita vissuta da raccontare.
C’è Ninotto la patata. C’è Bruno la miciotta, che da ragazzo si sentiva chiamare la sera dalla finestra del vecchio ospedaletto di fronte alla vecchia Dogana, con la voce di sua madre che rimbalzava sulle pietre: “Brunooo… adda venì patito da maro!” — e lui, salmastro e scalzo, doveva lasciare la partita di calcio e a malincuore e tornare a casa. C’è Orlando, che tutti chiamavano “lo sfregiato”, e Riccardo, all‘anagrafe registrato come Maurizio — come se un nome solo non bastasse mai a contenere un uomo intero.
E poi Quirino ciavattone, e Marcellino tappone, e Fabrizio grillo — quest’ultimo con un primato di cui ancora oggi va fiero: è stato il primo di quella banda antica a lasciare Terracina per il Sud Italia, Uno dei primi “migranti” al contrario,
Ci sono ancora Antonio bacco, Angelo paccariè, Valerio scapocchia, Gianni Zigoni, i fratelloni la mula, la Ninetta. E tanti altri nomi che qui non trovano posto ma che restano, intatti, nella memoria di chi li ha conosciuti — perché non tutte le storie hanno bisogno di essere scritte per essere vere.
Erano ragazzi, un tempo. Ragazzi cresciuti con il sale sulla pelle e poche pretese, che possono vantare un primato che nessun libro di storia locale racconterà mai: furono loro, negli anni Sessanta, a vedere in anteprima mondiale i primi “extracomunitari” della spiaggia di Terracina — i campani in trasferta che vendevano il cocco bello tra gli ombrelloni, con la voce che si alzava sopra il rumore delle onde.
Oggi quei ragazzi sono “anziani”. Hanno le spalle curve, le mani segnate, qualche acciacco che li fa camminare piano. Ma se li guardi bene, se hai occhi capaci di vedere oltre le rughe, capisci che sono molto più che vecchi seduti su una panchina.
Diceva Nietzsche che l’uomo è una corda tesa tra l’animale e il superuomo — un ponte, un passaggio, mai un punto d’arrivo. Ecco cosa sono davvero Ninotto, Bruno, Orlando, Riccardo e tutti gli altri: un ponte. Un passaggio vivente tra la Terracina di ieri, fatta di soprannomi gridati dalle finestre e di cocco bello venduto sulla battigia, e la Terracina di oggi, quella che i giovani abitano senza sapere, a volte, da dove viene.
Per questo vale la pena raccontarla, questa storia. Non fosse altro che per i nipoti — per quei ragazzi terracinesi di oggi che magari passano davanti a quella panchina di corsa, con le cuffiette nelle orecchie, senza sapere che lì, su quelle assi consumate dal sole e dal vento, siede un pezzo intero della memoria della loro città.
Perché un giorno, forse, anche loro avranno un soprannome che qualcuno griderà da una finestra. E allora capiranno che la storia non finisce mai davvero: si siede solo, ogni tanto, su una panchina, ad aspettare che qualcuno passi e ascolti.
Dalla panchina d’sop calcedonia , che non c’è più perché tolta da mani ignote, buona vita a tutti. (everardo longarini)
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