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Terracina e l’ombra lunga del dissesto: quindici anni dopo, i conti non tornano ancora

scritto da Redazione
Terracina e l’ombra lunga del dissesto: quindici anni dopo, i conti non tornano ancora

Un debito da 110 milioni, un’uscita “ufficiale” annunciata nel 2017, ma il Comune terracinese continua a fare i conti con vincoli di bilancio, blocco parziale delle assunzioni e un’eredità amministrativa mai del tutto archiviata. E la domanda che pochi hanno voluto porre fino in fondo resta: di chi sono state le responsabilità?

Ascoltando ieri l’intervento di replica in Consiglio comunale del vice sindaco e assessore Claudio De Felice nel quale precisava: ….non è che noi possiamo andare a risolvere la carenza di personale assumendo 100 persone, perché questo ci viene vietato dalla norma e ci sono dei vincoli che sono legati al dissesto finanziario che esiste ancora che ci consentono soltanto di incrementare il nostro effettivo in tempi dilazionati”.

Ed è proprio su questa frase che ci siamo presi la briga di produrre un report sul devastante default subito dalla città di Terracina, che ancora oggi non conosce le responsabilità politiche e tecniche di coloro che l’hanno procurato. Una vicenda gravissima che da quindici anni mette ancora le mani nelle tasche dei cittadini terracinesi.

Il crollo dei conti: come si arrivò al dissesto.

La vicenda comincia formalmente l’8 novembre 2011, quando un Decreto del Presidente della Repubblica dichiara lo stato di dissesto finanziario del Comune di Terracina, ai sensi dell’articolo 244 del Testo Unico degli Enti Locali. Pochi giorni dopo, l’11 novembre, si insedia la Commissione straordinaria di liquidazione (poi Organismo Straordinario di Liquidazione, OSL), incaricata di ricostruire la massa passiva e attiva dell’ente e di gestire i debiti pregressi maturati fino al 31 dicembre 2010.

Il quadro che emerge nei mesi successivi è pesante: circa 110 milioni di euro di debiti e 1.265 creditori in attesa, molti dei quali imprenditori e fornitori locali, alcuni dei quali — come raccontato dallo stesso sindaco dell’epoca — finiscono per fallire a causa dei mancati pagamenti. Tra le voci più controverse ricostruite dall’OSL, oltre 70mila euro di spese per il “servizio bar” durante le sedute del Consiglio comunale prive di adeguata documentazione amministrativa, e il crac della partecipata Terracina Ambiente, nata nel 2007 e liquidata nel 2011.

Terracina entra così nella lista, all’epoca, di poco più di trenta Comuni italiani in stato di dissesto conclamato.

Il lungo lavoro dell’Organismo di Liquidazione.

Per sei anni l’OSL, guidato dal dottor Roberto Ferracci e affiancato dal consulente Francesco Casaburi, lavora alla ricognizione dei debiti e alla trattativa con i creditori, molti dei quali accettano transazioni al ribasso pur di rientrare almeno in parte delle somme dovute. Nel gennaio 2017 il sindaco allora in carica, Nicola Procaccini, annuncia la chiusura della gestione liquidatoria: il debito residuo scende a poco più di 9 milioni di euro, e il carico pro capite per ogni cittadino terracinese passa dai 2.534 euro del 2011 a circa 197 euro. Vengono inoltre rivendicati tempi di pagamento ai fornitori più rapidi (in media 32,6 giorni dall’emissione della fattura, contro gli anni di attesa precedenti al dissesto).

Sulla carta, dunque, Terracina “esce” dal dissesto con l’inizio del 2017. Ma è qui che comincia la seconda parte della storia, quella meno raccontata.

Un’uscita solo parziale: perché gli effetti non sono mai finiti.

Nonostante l’annuncio della chiusura della gestione straordinaria, il Comune continua ancora oggi a gestire, tramite un apposito ufficio interno — il Servizio Gestione Finanziaria Post Dissesto — gli strascichi amministrativo-contabili della vicenda: rinegoziazione di residui debitori, monitoraggio degli equilibri di bilancio, rapporti con la Corte dei Conti. La stessa denominazione dell’ufficio, tuttora attivo nell’organigramma comunale (?), segnala che la fase “post” non ha coinciso con un azzeramento delle criticità.

Sul piano tecnico-normativo, il TUEL prevede che gli enti usciti dal dissesto restino comunque vincolati per anni a percorsi di risanamento strutturale: limiti alla capacità di spesa corrente, vincoli sulle nuove assunzioni ancorati alla spesa di personale storica (parametrata, fino a tempi recenti, a quote fisse riferite al 2018 o ai risparmi da cessazioni del personale), impossibilità di accendere nuovi mutui se non per opere cofinanziate da Stato, Regione o Unione Europea, e limiti agli impegni di spesa superiori a quanto stanziato nell’ultimo bilancio approvato. Solo con la legge di bilancio 2025 il quadro nazionale sulle assunzioni si è in parte allentato per i cosiddetti enti “virtuosi”, ma i Comuni con un passato di dissesto restano tra quelli sottoposti al vaglio più stringente, spesso costretti a operare con piante organiche ridotte rispetto al reale fabbisogno di servizi.

È in questo perimetro — non un “dissesto formale” mai chiuso, ma una condizione di convalescenza finanziaria permanente — che si inserisce la percezione, condivisa da più parti a Terracina, di un ente che fatica a tornare pienamente operativo. Nel 2024 l’opposizione consiliare, per bocca dell’esponente del Partito Democratico Chiumera, ha parlato apertamente di “stato di completo stallo finanziario, con un bilancio bloccato e assenza di investimenti”, sostenendo che la città non fosse “ancora uscita dal dissesto” nella sostanza, pur essendolo sulla carta dal 2017. Le stesse critiche hanno toccato i ritardi nell’attuazione dei fondi PNRR e la difficoltà di portare a termine opere pubbliche già avviate.

Le responsabilità mai messe a fuoco fino in fondo.

Resta aperta, a distanza di oltre un decennio, la domanda sulle responsabilità politiche e tecniche che condussero al dissesto. Le ricostruzioni giornalistiche dell’epoca hanno raccontato una gestione dei conti definita “fallimentare”, ma nel dibattito pubblico locale le responsabilità sono rimaste più materia di scontro politico fra amministrazioni che si sono succedute, che oggetto di un accertamento tecnico condiviso e reso pubblico in modo sistematico. Non risultano provvedimenti giudiziari che abbiano attribuito in modo definitivo responsabilità individuali per la causazione del dissesto: la materia resta perlopiù nel campo della responsabilità politico-amministrativa, più difficile da accertare e sanzionare rispetto a quella penale o contabile in senso stretto, e per sua natura soggetta a interpretazioni divergenti tra le diverse forze politiche che si sono alternate al governo della città.

È plausibile che proprio questa mancanza di un punto fermo condiviso — un rapporto tecnico definitivo, sottoscritto e reso pubblico, che stabilisca con chiarezza chi fece cosa tra il 2007 e il 2011 — abbia contribuito a far percepire il dissesto di Terracina come una ferita mai completamente rimarginata: non tanto per ragioni contabili, ormai in gran parte risolte, quanto per l’assenza di una narrazione pubblica condivisa sull’accaduto, che consenta alla città di voltare pagina non solo nei bilanci, ma anche nella memoria collettiva. (everardo longarini)

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