O borchie, borchie disperse— voi, desaparecidos del marciapiede, strappate dalla strada come denti da una bocca che urla nel silenzio!
Chi vi ha portate via? Chi vi ha dimenticate sulle strade del centro come di quelle di periferia dove nessuno guarda più?
Fotografate come cadaveri— reperti archeologici di un’epoca che muore sotto i nostri piedi mentre camminiamo, ciechi, altrove.
I cittadini si chinano, scattano selfie davanti al vostro vuoto, documentano l’assenza come una ferita aperta nel corpo metallico della città.
E voi— voi restate sole, abbandonate nell’angolo di una strada, appoggiate ad un palo della luce, ossidate dalla pioggia e dal tempo, nessuno che vi raccolga, nessuno che ricordi la vostra funzione, la vostra dignità.
Borchia solitaria!
Non soffrire— non soffrire questa solitudine atroce! Tu che hai tenuto insieme pezzi di mondo, frammenti di struttura, ora giaci dimenticata come una preghiera mai ascoltata.
Ma io ti vedo. Io ti lodo. Io grido il tuo nome nelle strade deserte del quartiere Calcatore, dove ogni angolo è un monumento alla tua sparizione.
Lode, lode, lode eterna a voi, borchie perdute— che la città non vi dimentichi nel suo correre folle verso il nulla. (e)
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