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Terracina chiama Italia: “La situazione prima dei Bandi pubblici”. Spiagge d’oro, canoni di piombo: il paradosso delle concessioni balneari italiane

scritto da Redazione
Terracina chiama Italia: “La situazione prima dei Bandi pubblici”. Spiagge d’oro, canoni di piombo: il paradosso delle concessioni balneari italiane

Stabilimenti da mezzo milione di fatturato pagano allo Stato canoni simili a quelli dei lidi con abbonamenti da mille euro a stagione. Un sistema che premia la rendita privata a scapito del bene pubblico.

Due stabilimenti balneari, stessa superficie di spiaggia, stesso canone demaniale. Ma fatturati che differiscono di nove volte. È il paradosso al cuore del sistema delle concessioni marittime italiane: un meccanismo che, nella sua struttura attuale, non distingue tra chi affitta ombrelloni a dieci euro al giorno e chi li propone a trecento.

Il risultato? La rendita turistica di alcune tra le spiagge più ambite d’Italia rimane quasi interamente nelle tasche dei concessionari privati, mentre lo Stato — e quindi la collettività — incassa canoni ancorati alla superficie occupata, non al valore economico reale del territorio.

Il conto non torna: da Terracina a Forte dei Marmi.

Per capire il meccanismo, basta fare due conti. Immaginiamo due stabilimenti identici per dimensione: cento ombrelloni ciascuno, stessa superficie di spiaggia, stesso canone demaniale richiesto dallo Stato.

Il primo si trova in una località a vocazione familiare del litorale laziale — Terracina, per esempio. Qui vige ancora la formula dell’abbonamento stagionale: una famiglia paga circa mille euro per cinque mesi di ombrellone fisso. Se lo stabilimento affitta tutte le cento postazioni in questo modo, il fatturato stagionale da soli ombrelloni è di centomila euro.

Il secondo stabilimento — stessa metratura, stesso canone — si trova a Forte dei Marmi o a Portofino. Qui gli abbonamenti stagionali sono un ricordo lontano. La clientela è prevalentemente internazionale e giornaliera. Il prezzo medio per ombrellone? Cento euro al giorno, una cifra tutt’altro che eccezionale in queste latitudini. Con novanta giorni di alta stagione e cento ombrelloni, il fatturato sale a novecentomila euro.

Nove volte tanto. Per la stessa superficie di demanio pubblico.

Il canone che non cresce con il valore.

Il nodo strutturale è questo: il canone demaniale marittimo è calcolato principalmente in base alla superficie concessa e a parametri amministrativi generali. Non tiene conto — o lo fa in misura molto marginale — della valenza turistica dell’area, del flusso di visitatori, né tantomeno della capacità di generare reddito dell’attività.

Il paradosso non riguarda solo le spiagge. In molte altre forme di concessione dello spazio pubblico, il principio del valore economico differenziale è già applicato. I tavolini di un bar in piazza San Marco a Venezia costano all’esercente molto di più — in termini di canone per l’occupazione del suolo — rispetto agli stessi tavolini in un piccolo centro di provincia. La logica è elementare: lo spazio nel cuore di Venezia genera fatturati incomparabili, ed è giusto che il corrispettivo per il suo utilizzo lo rispecchi.

Eppure, nel comparto balneare, questa logica fatica ad affermarsi. Il risultato è una disparità che molti osservatori economici definiscono difficilmente giustificabile: chi gestisce uno stabilimento in una delle destinazioni turistiche più ambite al mondo paga allo Stato un canone che si avvicina molto a quello di chi serve una clientela locale e popolare.

La rendita privata su un bene pubblico.

Le spiagge italiane appartengono al demanio dello Stato, e dunque alla collettività. La gestione operativa è affidata in concessione a operatori privati — che investono in strutture, servizi e accoglienza — ma il bene resta pubblico. È questo il punto di partenza di ogni riflessione seria sul tema.

Il sistema attuale genera un effetto che gli economisti chiamano “cattura della rendita”: il valore commerciale di una spiaggia dipende in larga parte dalla sua posizione geografica, dalla reputazione internazionale della destinazione, dall’attrattività del territorio — fattori che non sono stati creati dall’imprenditore privato, ma che esistono indipendentemente da lui. Eppure, in assenza di un canone proporzionato a questo valore, quella rendita rimane quasi interamente in mano al concessionario.

Il dibattito politico sulle concessioni balneari si è concentrato a lungo sulla durata delle concessioni e sulle procedure di assegnazione — spinto anche dalla procedura di infrazione europea. Ma c’è una terza dimensione, spesso trascurata: la struttura economica dei canoni. Come quantificare in modo equo l’uso di un bene pubblico il cui valore varia enormemente da costa a costa, da borgo a borgo?

Tre obiettivi difficilmente conciliabili.

Chi studia il dossier balneare da vicino identifica tre obiettivi che qualsiasi riforma dovrà tenere insieme, e che non sempre tirano nella stessa direzione.

Il primo è la sostenibilità economica degli investimenti degli operatori: chi ha costruito infrastrutture, investito in qualità e formato personale ha legittimamente bisogno di un orizzonte temporale e di costi certi per ammortizzare i propri capitali.

Il secondo è l’accessibilità delle spiagge per il grande pubblico: un aumento eccessivo dei canoni potrebbe tradursi in un aumento delle tariffe per i bagnanti, rendendo le spiagge italiane sempre più un lusso per pochi.

Il terzo è una remunerazione equa per la collettività: se un bene pubblico genera ricavi privati ingenti, è legittimo chiedersi quanta parte di quel valore debba essere restituita alla comunità. (e&e)

Il dibattito è aperto. E la risposta, qualunque essa sia, ridisegnerà il rapporto tra Stato, mercato e mare in uno dei Paesi con il patrimonio costiero più prezioso d’Europa.

*L’immagine a corredo del post è del sito “Terracina Foto” che ringraziamo.

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