C’era una volta una statua con due fontanelle. E con essa, l’acqua fresca che dissetava i passanti nel cuore antico di Terracina. Oggi, nel cuore del Centro Storico Alto, quella fontana è diventata il simbolo più eloquente dell’abbandono che affligge il patrimonio monumentale della città.
Stiamo parlando della statua di Cerere — o Medissor, come vuole il suo nome originario — che domina Piazza Santa Domitilla con la sua austera bellezza neoclassica. L’opera, realizzata in età pontificia sotto Pio VI, non è un semplice ornamento urbano: è una testimonianza storica di grande valore simbolico. Raffigura la dea dei campi e dell’agricoltura come allegoria della bonifica della plaga malarica che per secoli aveva tormentato queste terre. Sul fronte della fontana, un intreccio di piante e serpenti evoca la palude vinta dall’ingegno umano; ai lati, due figure di Fauno — protettore delle campagne — versavano acqua nelle vasche laterali. Un programma iconografico complesso, colto, capace di raccontare una pagina fondamentale della storia locale.
Ma a che serve tanta ricchezza simbolica se poi la realtà racconta tutt’altra storia?
Da due rubinetti al nulla.
Chi frequenta o abita il Centro Storico Alto ricorda bene quando la fontana offriva due uscite d’acqua corrente, fresca e accessibile a chiunque. Poi, senza che nessuno si sia mai degnato di spiegarne le ragioni, si è passati a un rubinetto. E infine, nelle ultime settimane, zero rubinetti per zero acqua.
Cerere, la dea che simboleggiò la vittoria dell’uomo sulla palude, aspetta. Stavolta, però, non sembra esserci nessuno pronto a raccogliere la sfida. (e.l.)
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