La matematica, a volte, sa essere misericordiosa. E oggi lo è stata con il Terracina Calcio 1925, che — complici i risultati delle dirette concorrenti per non retrocedere — può finalmente festeggiare la salvezza in Eccellenza girone B con due giornate di anticipo sulla fine del campionato 2025/2026. Una notizia che arriva paradossalmente il giorno dopo la sconfitta esterna sul campo del Ferentino — squadra che non vinceva da febbraio scorso — quasi a voler ricordare, fino all’ultimo, quanto tortuoso sia stato il cammino di questa stagione.
Un campionato vissuto nella seconda parte del torneo sull’orlo del precipizio, eppure il Terracina è rimasto in piedi. E questo, oggettivamente, non è poco.
In una domenica di metà aprile che profuma di sollievo, il primo pensiero non può che andare al presidente David Franco e al suo vice Federico Montebugnoli. Sono stati loro, in primis, a credere nel progetto più difficile: non far scomparire il calcio dalla città tirrenica dopo la retrocessione dalla Serie D. Un atto che va al di là del semplice entusiasmo sportivo e che assume i contorni di una vera e propria missione civica. Svenarsi — è il caso di dirlo — per tenere in vita i colori biancocelesti in una piazza che merita palcoscenici ben più ampi.
“Tutto bene quel che finisce bene”, verrebbe da dire con il sollievo tipico di chi tira un lungo respiro a fine giornata. Ma sarebbe disonesto fermarsi qui, perché dietro questo lieto fine c’è una quantità di sofferenza — umana, sportiva, economica — che non può e non deve essere rimossa dall’analisi.
La salvezza matematica è una boccata d’ossigeno, non una soluzione. E l’onestà intellettuale impone di riconoscere che a Franco e Montebugnoli non si può chiedere di andare oltre le proprie possibilità. Lo hanno già fatto, e abbondantemente.
Allora torna puntuale, con tutta la sua forza, la domanda che gli sportivi e i tifosi terracinesi si pongono da tempo: perché nessuno si fa avanti? Perché intorno a una delle società calcistiche più storiche e prestigiose della provincia di Latina e dell’intero Lazio sembra essersi eretta una sorta di invalicabile muro di gomma, contro cui rimbalzano ogni appello e ogni tentativo di coinvolgimento?
Il tessuto imprenditoriale locale — piccole o grandi attività che siano — appare lontanissimo dal tradurre l’eventuale tifo in sostegno concreto e tangibile. Si parla, si discute, si commenta sui social e ai tavolini dei bar. Ma quando si tratta di mettere in campo un contributo reale, il silenzio si fa assordante.
C’è poi un secondo capitolo, altrettanto spinoso, che riguarda le istituzioni cittadine. Il centro sportivo di San Martino, con il campo Colavolpe e il campo San Martino B, rimane un simbolo di occasioni mancate: strutture su cui nel corso degli anni sono stati investiti importanti fondi pubblici, ma che oggi faticano a definirsi impianti sportivi degni di tal nome. Una lentezza esasperante nella messa a norma, nelle migliori condizioni possibili, che racconta meglio di ogni polemica il rapporto tra la città e il suo calcio.
Di questi temi — impianti, responsabilità amministrative, gestione del patrimonio sportivo cittadino — la cronaca locale avrà tutto il tempo e il modo di tornare a occuparsi con la dovuta attenzione.
Per ora, lasciamo spazio alla gioia. Il Terracina Calcio 1925 è salvo. E in certi momenti, anche solo questo vale tutto. (e)
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