Quante volte abbiamo sentito ripetere frasi come “Io amo Terracina”, “Bisogna amare la città”, “Terracina prima di tutto”, “Terracina ai terracinesi”. Uno slogan che politici, candidati di ogni tornata elettorale e soggetti che dalla città prendono più di quanto le restituiscano portano sempre sulla bocca, ma raramente nel cuore.
Se quell’amore” proclamato fosse davvero sincero, Terracina non si troverebbe da anni sprofondata nell’oblio e nell’incuria in cui versa. Oggi portiamo all’attenzione di chi “ama davvero” questa città un luogo tra i più significativi del suo patrimonio storico e sociale, che sta andando in rovina sotto gli occhi — e soprattutto sotto i piedi — di molti, troppi, che guardano senza vedere, e di chi avrebbe competenza e dovere di intervenire e non lo fa.
Parliamo dello stato scandaloso del lastricato di piazza Municipio, realizzato a proprie spese da Aulo Emilio, figlio di Aulo, oltre duemila anni fa. Un pavimento segnato da vecchie fratture e nuovi cedimenti, sempre più a rischio di disfacimento.
Va ricordato che l’antico Foro Emiliano conserva una pavimentazione in lastre di calcare risalente al I secolo a.C. – I secolo d.C., e reca ancora, dopo duemila anni, i resti dell’iscrizione in lettere di bronzo che ricorda il nome del magistrato che ne volle la realizzazione: Aulus Aemilius. Si tratta, a tutti gli effetti, di un monumento orizzontale — evidentemente non percepito come tale, e forse proprio per questo esposto a ogni genere di aggressione.
Le immagini che accompagnano questo articolo restituiscono, senza bisogno di commenti, lo stato precario in cui versa uno dei luoghi storicamente più rilevanti al mondo.
Eppure, puntualmente, chi solleva giornalisticamente il problema si trova a dover subire l’accusa di “lamentela sterile”, anziché contro chi dovrebbe tutelare il monumento e l’intero comparto storico-architettonico del Foro Emiliano. Un regolamento serio che disciplini l’uso di queste aree — sottoposte troppo spesso alla pressione di un turismo mordi-e-fuggi legato al cibo, alle bevande e a improbabili sagre paesane — non dovrebbe essere considerato un’ingerenza, ma una necessità.
Siamo davvero al ridicolo, quando non alla farsa. (everardo longarini)
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