Il termine genius loci, nella tradizione latina, indicava lo “spirito del luogo”: una presenza protettrice, una divinità minore incaricata di custodire l’essenza di un sito.
Nel mondo moderno il significato si è ampliato, diventando l’atmosfera profonda e irripetibile che caratterizza ogni luogo, il suo respiro storico e naturale, ciò che lo rende unico e riconoscibile.
Un luogo antico, un’identità che resiste Nelle pendici occidentali del Monte Cervaro, a circa 500 metri di quota, nel Parco Regionale dei Monti Ausoni, si trova la località di Santo Stefano, nel territorio di Terracina.
Qui, la sorgente che porta lo stesso nome testimonia la lunga relazione tra l’uomo, la montagna e l’acqua dolce.
L’acqua scaturisce da cunicoli scavati nella roccia: un paziente lavoro tramandato nei secoli, prima dai pastori e poi dai monaci benedettini dell’antico convento che sorgeva nelle vicinanze.
Essi riuscirono a convogliare lo stillicidio naturale e la condensa sotterranea, arricchendo la vena originaria che sgorgava in superficie.
Le rocce calcaree – modellate per millenni da acqua, vento e gelo – emergono ancora oggi dal bosco che lentamente le ha inglobate. Muschi, licheni e radici le avvolgono come un mantello, proteggendo forme scolpite dal tempo e formando una perfetta simbiosi tra minerale e vegetale.
Un paesaggio modellato dall’uomo e dalla natura Prima della realizzazione della strada da Terracina, l’unico accesso a Santo Stefano era una mulattiera: carichi di fatica e sete, uomini e animali raggiungevano la sorgente percorrendo una rete di sentieri che lì convergeva.
L’acqua era vitale, irrinunciabile, e attorno ad essa si sviluppava la vita pastorale e agricola. Alla fine degli anni Cinquanta, una guardia campestre – profonda conoscitrice dell’ambiente collinare – decise di trapiantare alcuni giovani Pioppi neri (Populus nigra) nella zona posta a ovest del fontanile e degli abbeveratoi.
I nuovi alberi avrebbero potuto beneficiare del ruscellamento proveniente dalle cannelle e dalla vasca. L’intuizione fu felice: quei pioppi crebbero vigorosi, slanciati, sviluppando chiome ampie, tronchi possenti e apparati radicali profondi.
Per oltre settant’anni hanno sfidato venti, tempeste, siccità, mosche bianche, parassiti xilofagi, funghi lignicoli, ferite inflitte dall’uomo o dalla natura.
Ma come accade per tutti gli esseri viventi, anche i giganti verdi conoscono la fragilità dell’età. Il legno scavato dagli insetti, le cavità nascoste, la perdita di stabilità strutturale hanno reso inevitabile l’abbattimento degli ultimi due grandi pioppi, per la sicurezza delle persone che frequentano il luogo.
La perdita del Genius Loci Con il taglio di quei due alberi monumentali, il Genius Loci di Santo Stefano ha perso una parte del suo volto. Chi ha frequentato il luogo per decenni percepisce immediatamente il vuoto della sua porzione occidentale: l’ombra fresca dopo la salita, il riposo ristoratore, le chiacchiere tra amici, gli incontri casuali, il semplice piacere di sedersi sotto le fronde per ascoltare il silenzio della montagna.
Abbiamo perso più che due alberi. Abbiamo perso una parte della memoria, un frammento di identità culturale, ambientale e paesaggistica.
Per secoli la sorgente, gli alberi, la roccia e il bosco hanno dato forma a un ambiente costruito dalla fatica degli uomini e dalla lentezza della natura: un luogo bello, buono, accogliente, capace di custodire chi vi si avvicinava con rispetto.
Acqua dolce e grandi alberi: elementi primordiali, essenziali, insostituibili.
Il cuore degli ecosistemi terrestri, e sempre più preziosi.
Per Gli Svalvolati – Giuseppe Forlenza
*Foto rielaborata con IA da foto originale di Elisabeth Selvaggi.
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