Non la pace nel mondo. Non un mutuo a tasso fisso. Dei pomodori.
Li ha trovati. Anzi, lo ha incontrato, perché certi pomodori non si trovano, ti vengono incontro. Rosso, carnoso, maestoso: il Cuore di Bue. Un nome che già da solo suona come un monito, come se la natura avesse voluto avvertire: attento, questo non è roba per tutti.
Il cartellino recitava: 5 euro al chilogrammo.
Mario lo ha guardato. Il pomodoro lo ha guardato. Si sono scrutati a lungo, con quel rispetto silenzioso che si riserva agli avversari degni. Poi Mario ha allungato la mano — perché un uomo non può mostrar paura davanti ad un ortaggio — e lo ha posato nel sacchetto. Un solo esemplare. Uno. Singolare. Indivisibile.
Alla cassa, il display ha sentenziato: 2 euro e 52 centesimi.
Duemilacinquecentodue lire, avrebbe detto suo padre. Quasi settemila lire, avrebbe corretto sua madre, con quella precisione contabile che solo chi ha vissuto la lira sa mantenere. Mario, invece, non ha detto nulla. Ha pagato. Ha infilato lo scontrino in tasca come si infila una cambiale nel cassetto: sapendo che è lì, senza volerla guardare.
Ora, la domanda che sorge spontanea — e che nessuno sembra avere fretta di rispondere — è questa: come siamo arrivati a pagare quasi tre euro per un pomodoro?
Un pomodoro, sia chiaro. Con tutto il rispetto per la denominazione nobile, per il disciplinare di produzione, per il colore rubino e la polpa consistente: rimane pur sempre un pomodoro. Non è un tartufo bianco d’Alba. Non è uno champagne millesimato. Non è un’opera d’arte contemporanea battuta all’asta da Sotheby’s — anche se a questo punto il confronto inizia a reggere.
Eppure eccoci qui, in un supermercato di provincia nel Lazio, a fare i conti con una filiera che di trasparente ha ben poco. Da qualche parte, tra il contadino che lo ha coltivato sotto il sole e le serre della pianura pontina e lo scaffale illuminato al neon dove Mario lo ha trovato, quel pomodoro ha cambiato mani — e con ogni mano il prezzo è salito, silenziosamente, metodicamente, con la disinvoltura di chi sa di non dover rendere conto a nessuno.
Il contadino ha preso la sua parte, probabilmente la più esigua. Poi è arrivato il mediatore. Poi il secondo mediatore. Poi il consorzio, il distributore, la centrale d’acquisto, la logistica, il margine della GDO. Una cerimonia laica, quasi liturgica, in cui ogni passaggio aggiunge centesimi e toglie senso.
Ci piacerebbe che qualcuno — un ministro, un assessore, un portavoce della filiera, chiunque abbia familiarità con i microfoni — si facesse avanti e spiegasse a Mario perché il prezzo è giusto. Non con i grafici, non con le slide in PowerPoint, non con le parole sostenibilità, catena del valore e benchmark di mercato. Con parole semplici. Quelle che si usano al mercato rionale, dove ancora qualcuno ti guarda negli occhi e ti dice quanto vale un pomodoro.
Fino ad allora, Mario tornerà a casa. Metterà il suo Cuore di Bue sul tagliere. Lo affetterà con cura quasi chirurgica — ché a 2 euro e 52 non si spreca nemmeno il succo. Lo condirà con un filo d’olio, un pizzico di sale, qualche foglia di basilico.
E mentre lo mangia, penserà che era buono.
Dannatamente buono.
Ma era pur sempre un pomodoro (nelle foto in versione originale). (e)