mercoledì 13 Maggio 2026,

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La Cattedrale di Sabbia. Cronaca fantastica dalla città di Giove Fanciullo.

scritto da Redazione
La Cattedrale di Sabbia. Cronaca fantastica dalla città di Giove Fanciullo.

C’è un momento, nelle città di provincia, in cui il destino bussa alla porta con i guanti bianchi e una valigetta piena di possibilità. La città di Giove Fanciullo — distesa sul fianco del Tirreno come una gatta assonnata al sole — aveva ricevuto quella visita. Aveva aperto la porta. Poi, con la lentezza tipica di chi non sa riconoscere la fortuna, l’aveva quasi richiusa in faccia.

L’idea era bella come solo le idee destinate a essere tradite sanno essere.

Una fondazione. Non il solito carrozzone municipale — quell’animale goffo fatto di delibere e timbri — ma qualcosa di più ardito: un’alleanza tra Comuni, una casa comune per i tesori storici di un territorio straordinario, capace di connettere siti antichi attraverso piattaforme digitali come un filo d’oro teso tra le rovine. Un progetto che avrebbe potuto riempire il vuoto che lo stesso ministero stava per scavare, con la prospettata chiusura delle soprintendenze provinciali — quei presidi silenziosi della memoria collettiva, destinati a spegnersi uno ad uno come lampioni a fine notte.

“Sarebbe stato qualcosa di raro”, mi dice la mia fonte, che chiamerò — come vuole la tradizione dei tempi oscuri — semplicemente la Gola Profonda. Parla sottovoce, come si conviene a chi conosce storie che gli altri preferiscono non sentire. “Un progetto che avrebbe dato alla città sul Tirreno un ruolo di guida, non di padrona. C’era la differenza.”

La differenza, però, è esattamente ciò che si perse per strada. Come una moneta d’oro che rotola giù per un tombino mentre tutti guardano altrove.

I Quattro del Falcon Crest Pontino.

Ogni storia di potere ha il suo pantheon di personaggi. Questa ne ha quattro, intrecciati come fili di un arazzo che nessun tessitore saprebbe districare senza strapparli.

Il primo è l’onorevole Nullazzo — uomo di punta, di quelli che siedono sempre nel posto giusto al momento giusto, con la faccia giusta. Sostenitore convinto dell’Addetto ai Mazzacani, di cui era diventato, a seconda dei punti di vista, angelo custode o burattinaio silenzioso.

Il secondo è proprio l’Addetto ai Mazzacani. Un uomo con una visione — nessuno glielo nega — ma la visione di chi guarda il mondo attraverso uno spioncino e crede di vedere l’orizzonte. “Ha pensato di prendere tutto sotto di lui”, soffia la Gola Profonda, con quella cadenza di chi ha visto crollare molte torri. “Ha visto la fondazione come la sua cattedrale personale. Non una piazza aperta — una navata con lui sull’altare.” E così, invece di costruire qualcosa di largo e condiviso, ha stretto, accorciato, centralizzato. Ha fatto ciò che gli uomini di potere fanno quando hanno paura di condividere: ha trasformato un progetto federale in una monarchia assoluta travestita da istituzione culturale. Ha preso una piazza e ne ha fatto un castello.

Il terzo è l’Uomo Tutto di un Pezzo — creatura di confine, protetto antico di una dama dell’aristocrazia politica locale, una di quelle figure che nelle storie di potere appaiono sempre un passo indietro, in penombra, ma con le scarpe ben piantate nel terreno.

Il quarto — apparentemente defilato, in realtà centro geometrico dell’intera vicenda — è il Primus Inter Pares. Un personaggio che, nella narrazione della Gola Profonda, affiora con i contorni sfumati di un principe shakespeariano: non il villain, non l’eroe, ma quell’anima indecisa che osserva la battaglia dal balcone, con il vento che gli scompiglia i capelli e il dubbio che gli abita gli occhi.

Il Principe e il suo Specchio.

“Sembrerebbe che il Primus Inter Pares abbia litigato con l’Addetto ai Mazzacani, perché dice che non lo ascolta. Eppure questo è un suo delegato.”

La Gola Profonda pronuncia questa frase a mezza voce, quasi a se stessa, come chi enuncia un teorema che dimostra troppo. E in effetti, in quelle poche parole è contenuta l’intera tragedia di Giove Fanciullo.

Il Primus Inter Pares aveva delegato all’Addetto la gestione del progetto di fondazione — aveva posato la chiave nelle sue mani con la generosità o la distrazione dei grandi. E l’Addetto aveva preso quella delega e l’aveva trasformata in un mandato imperiale, allargandola a dismisura fino a coprire ogni luce. Non rispondeva più al Primus Inter Pares — rispondeva all’onorevole Nullazzo. O a se stesso, il che era ancora peggio: perché un uomo che risponde solo alla propria voce finisce per sentirci male.

Per rimediare, il Primus Inter Pares ha nominato all’interno del progetto di fondazione un consigliere di sua fiducia. Come chi mette un cane da guardia in una casa già abitata da altri padroni. Una mossa tardiva, forse. O forse tempestiva — dipende da come gira il vento, e il vento, in questa storia, ha già cambiato direzione almeno tre volte.

Il Vento che Cambia.

Adesso qualcosa si muove. Sulle due cittadine reiette — escluse, marginalizzate, dimenticate nella spartizione dei ruoli — sta per sventolare la Bandierina Tricolore. I gruppi di opposizione della città di Giove l’Imberbe si stanno organizzando con la pazienza di chi ha aspettato a lungo e non intende aspettare ancora. Entro maggio, un’interpellanza sull’intera vicenda dovrebbe finalmente approdare in aula — quella parola, finalmente, pesante come un macigno rotolato a valle.

Epilogo Provvisorio.

La città distesa sul Tirreno potrebbe essere la capitale culturale di un territorio straordinario. Potrebbe guidare — senza esautorare nessuno, senza alzare muri, senza costruire cattedrali per sé — un sistema di valorizzazione che il ministero, con le sue soprintendenze in dissolvenza, non è più in grado di garantire da solo.

Invece è, per ora, il teatro di una partita giocata da pochi, nell’ombra, su un tavolo che avrebbe dovuto appartenere a tutti. Una cattedrale di sabbia costruita a riva del mare.

Il Primus Inter Pares guarda. L’onorevole Nullazzo tira i fili con la discrezione di chi sa che i migliori nodi non si vedono. L’Uomo Tutto di un Pezzo presidia la scena con la solidità immobile di una sentinella. E qualcuno, da dentro, conta i giorni — li conta come chi sa che ogni storia ha il suo momento di emersione, quando la pressione supera il silenzio e la verità sale a galla come fanno tutte le cose affondate, prima o poi.

“Entro maggio”, ripete la Gola Profonda, alzandosi dal tavolo.

“Entro maggio.” (e.l.)

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