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Il Racconto della Domenica- Il Naufragio di Marcus Arrius: il relitto delle tegole

scritto da Redazione
Il Racconto della Domenica- Il Naufragio di Marcus Arrius: il relitto delle tegole

Mare Tirreno, costa laziale — I secolo a.C.

Il cielo si era fatto color piombo nel tardo pomeriggio, e il timoniere della nave oneraria lo sapeva bene: quel vento che spingeva da nord-ovest non prometteva nulla di buono. A un miglio e mezzo dal porto di Terracina, il carico pesava — oltre quattromila pezzi tra coppi e tegole, marchiati uno ad uno con il bollo del proprietario dell’officina, Marcus Arrius, uomo di fornace e di commercio attivo tra le colline di Priverno e Fondi.

Forse l’equipaggio tentò di resistere. Forse il capitano ordinò di ridurre le vele, di virare verso riva. Ma il fortunale non diede scampo. La nave affondò in silenzio sotto le onde, portando con sé il suo carico di laterizi destinati — probabilmente — alla fastosa villa che l’imperatore Tiberio stava ultimando a Sperlonga, o forse a una delle tante dimore patrizie che si stavano costruendo lungo il tratto di costa tra Terracina e Gaeta. Tegole che non coprirono mai alcun tetto. Coppi che non conobbero mai la pioggia di una tempesta, se non quella che li inghiottì.

Per duemila anni, la sabbia del fondale fu il loro giaciglio e la loro protezione.

Terracina, nel primo secolo avanti Cristo, era una città in piena ascesa. Con la realizzazione di un nuovo porto — che aveva da tempo sostituito il vecchio bacino d’epoca repubblicana — era diventata uno snodo fondamentale nel traffico commerciale tra Roma, l’Italia meridionale e il Mediterraneo. Lo spiegano bene le fonti, lo racconta la pietra, lo confermano i fondali.

“Il lungomare era probabilmente disseminato di ville romane,” racconterebbe secoli dopo Nicoletta Cassieri della Soprintendenza del Lazio. “C’era già il Tempio di Giove, l’intera area del Foro Emiliano. Era una Terracina bella e importante, anche commercialmente parlando.”

Del resto, il ruolo di crocevia commerciale affondava le radici in epoche ancora più remote. Già alla fine del VI secolo avanti Cristo, la città era abbastanza rilevante da essere menzionata nel primo trattato romano-cartaginese. Poi, nel 329 a.C., con la deduzione della colonia romana, il territorio terracinese era entrato in un’era di sfruttamento intensivo: le terre erano state suddivise in centuriae, i nuovi coloni romani avevano impiantato le loro villae rusticae, e dai colli della zona tra Terracina e Fondi aveva cominciato a scorrere il Caecubus — un vino pregiato, ambito, che trovava mercato in tutto il mondo romano.

La misura di quel commercio è ancora leggibile, se si sa dove guardare.

In una località chiamata Canneto, sulle rive del lago di Fondi, gli archeologi del secolo scorso portarono alla luce i resti di un’officina di anfore del I secolo avanti Cristo. Da quelle mani, da quelle fornaci, partivano contenitori bollati con il nome di P. Veveius Papus. E proprio quei contenitori — migliaia di essi — furono ritrovati nel relitto di una nave oneraria affondata presso Giens, sulla costa francese vicino a Tolone.

Ottomila anfore sul fondo del mare di Provenza, insieme al bollo di un altro terracinese illustre: L. Pomponius Bithus, che in città aveva fatto costruire un sepolcro per sé e per la sua numerosa famiglia — un uomo ricco abbastanza da lasciare un’impronta nella pietra e nel mare insieme. Commercianti della Gens Memmia operavano sull’isola di Delo, crocevia del commercio egeo. Un certo Memmius Terrachinensis morì ad Efeso intorno al 100 a.C., lontano dalla sua città, ma figlio riconoscibile di quella Terracina protesa verso il mondo.

Era questa la classe che aveva costruito le grandi ville i cui resti si vedono ancora oggi intorno alla città. Era questa la ricchezza che aveva finanziato i templi, i monumenti, i fori. Un’aristocrazia terriera e mercantile che aveva trasformato una città di provincia laziale in un nodo dell’economia del Mediterraneo antico.

Nel 1998, duemila anni dopo il naufragio, la Soprintendenza Archeologica del Lazio — in collaborazione con la Capitaneria di Porto di Terracina, il Primo Nucleo Subacqueo della Marina Militare e con l’ausilio della nave Bannock — condusse la prima esplorazione ufficiale del relitto. I subacquei lo avevano segnalato mesi prima, quel fantasma di legno e terracotta sul fondo. Ma solo allora la storia poteva ricominciare a parlare.

Lo scafo era ancora parzialmente interrato nella sabbia — quella stessa sabbia che lo aveva conservato per secoli. Il carico era intatto. E su una tegola riportata in superficie, nitido come il giorno in cui era stato impresso, campeggiava il marchio: Marcus Arrius.

Un nome. Un naufragio. Una finestra spalancata su un mondo scomparso, dove le tegole viaggiavano per mare, il vino colorava le rotte del Mediterraneo, e Terracina guardava verso l’orizzonte con gli occhi di chi sa che il commercio è la forma più antica di conversazione tra i popoli. (@everardo)

 

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