giovedì 11 Giugno 2026,

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Il racconto del sabato nel villaggio terracinese. “La fine del mondo di sor Arturo Spinelli”

scritto da Redazione
Il racconto del sabato nel villaggio terracinese.  “La fine del mondo di sor Arturo Spinelli”

C’era un tempo in cui Terracina aveva un suo poeta di piazza. Non lo sapeva, naturalmente. E lui meno di tutti.

Sor Luigi Spinelli compariva sempre da quella stessa direzione — sbucava dall’angolo del bar Centrale come se emergesse da un’altra epoca, forse da un’altra guerra, certamente da un altro mondo. I pantaloni alla zuava, stretti sotto al ginocchio, fluttuavano attorno alle sue gambe ossute con l’aria sciolta di chi non ha mai avuto il tempo di seguire la moda, o forse l’ha semplicemente ignorata per principio. Il cappello, un vecchio feltro dalla tesa larga, aveva conosciuto giorni migliori — forse molto migliori — ma continuava a stargli in testa con la dignità di chi non ammette di invecchiare. E poi il bastone, il famoso bastone, che non era un semplice sostegno ma un’estensione della sua furia narrativa: lo roteava nell’aria come un direttore d’orchestra invasato, come se dovesse tenere il ritmo a una storia che nessun altro udiva ma che lui portava dentro da decenni.

Piazza Garibaldi, a metà degli anni Settanta, era ancora un teatro a cielo aperto dove le stagioni si succedevano senza fretta. I piccioni — una colonia numerosa, flemmatica, quasi autoctona — avevano eletto a loro dimora il monumento ai Caduti terracinesi della Grande Guerra, e da lì osservavano il mondo con quell’aria di sufficienza propria di chi non ha nulla da perdere. Si alzavano in volo soltanto quando qualcosa di insolito rompeva la quiete del pomeriggio. Accadeva quasi quotidianamente. Ma quando accadeva, sapevano farsi notare.

Era quello il palcoscenico del sor Luigi.

Noi ragazzi lo spiavamo da lontano, dapprima con la diffidenza riservata a ciò che non si capisce, poi con una fascinazione crescente, quel genere di attrazione che si prova per le cose strane e grandissime allo stesso tempo. Parlava di Patria, di Storia, di battaglie che sembravano ancora fresche nella sua memoria come ferite mal rimarginate. E imprecava — Dio, come imprecava — contro il Duce e la signora Petacci, additati come colpevoli di ogni immoralità immaginabile, con un vocabolario che i salotti televisivi avrebbero scoperto vent’anni dopo, rivendicandolo come proprio. Il sor Luigi era stato lì prima. Molto prima.

La prima volta che lo si sentiva, si restava di sasso. La seconda, non ci si riusciva ad allontanare.

Quel pomeriggio di metà luglio era afoso come solo luglio sa essere sul lungomare tirreno, con l’aria ferma e il sole che pesava sulle spalle come una colpa. Il sor Luigi entrò in piazza con un’energia inconsueta, più elettrizzato del solito — e il solito era già considerevole. Si piazzò davanti al monumento ai Caduti con la solennità di un tribuno romano e attaccò il suo discorso quotidiano, alzando la voce ben oltre la soglia a cui i piccioni erano abituati.

Fu allora che la colonia si mosse.

Un battito d’ali, poi cento, poi il cielo sopra la piazza si riempì di un rombo grigio e confuso. I piccioni si alzarono in stormo compatto, proprio sopra la testa del sor Luigi, e nel passaggio — con la precisione statistica che solo il caso sa orchestrare — gli sganciarono addosso una serie di medaglie di guano.

Ci fu un momento di silenzio.

Il sor Luigi si immobilizzò. Si tolse il cappello lentamente, con la solennità di chi sta per fare qualcosa di importante. Lo guardò. Guardò il cielo. Guardò ancora il cappello. E poi, senza scomporsi, senza alzare la voce, con la calma assoluta di chi ha visto già tutto quello che c’era da vedere in questo mondo e nell’altro, disse semplicemente:

«…È la fine del mondo… piove merda…»

Si rimise il cappello. Riprese il bastone. E, rinnovando gli insulti di rito nei confronti dei soliti due illustri defunti, si avviò senza fretta verso la cantina di Chiumera, giù in via del Fiume, per il suo quotidiano quartino di vino bianco e rosso — sapientemente miscelati nel bicchiere della fraschetta, come vuole una tradizione che non ammette deroghe.

Noi ragazzi rimanemmo lì, a fissarci l’un l’altro, non sapendo se ridere o toglierci il cappello anche noi.

Probabilmente entrambe le cose.

*Nella borsa di cuoio vissuto che non abbandonava mai — consumata agli angoli, lucida al centro dall’uso di una vita — il sor Luigi portava la dama italiana e la dama cinese. Era campione riconosciuto di entrambe. C’era chi diceva che non avesse mai perso una partita. C’era chi diceva molte cose, su di lui. Ma di quella frase, quel pomeriggio d’estate, nessuno ha mai smesso di ricordarsi. (everardo)

*Nella foto sor Arturo Spinelli.

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