lunedì 17 Agosto 2026,

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Il racconto breve delle settimana. J’Assessore a j pesciatùre

scritto da Redazione
Il racconto breve delle settimana.  J’Assessore a j pesciatùre

di Everardo Longarini

Nella Terracina che usciva stordita dal secondo dopoguerra Grande Guerra, non c’era spettacolo più ambito, la sera, delle sedute del Consiglio comunale. La gente vi accorreva come si accorre a teatro, e in effetti di teatro si trattava: un teatro dove le battute più assurde non erano scritte da nessun copione ma nascevano lì, sul momento, dalla bocca di uomini che si credevano seri. Il pubblico rideva di gusto, senza accorgersi — o forse accorgendosene benissimo — che quella farsa, a guardarla da vicino, era in realtà un piccolo dramma recitato a proprie spese.

Tra i personaggi fissi di quel teatrino spiccava il consigliere “Approva”, un vallecorsano taciturno che non spendeva mai una parola ma teneva il braccio sempre pronto a levarsi in segno di assenso. Il bello era che approvava tutto: la proposta di uno e, subito dopo, la proposta opposta di un altro, senza il minimo imbarazzo. Per lui contava solo chi aveva parlato per ultimo, e quello aveva sempre ragione.

Ma negli ultimi tempi la sala si riempiva più del solito, e il motivo aveva un nome preciso: Pietro L., assessore anziano e responsabile della sanità cittadina, le cui uscite improvvise erano diventate la vera attrazione della serata. Qualunque fosse l’argomento all’ordine del giorno, prima o poi Pietro chiedeva la parola e ripeteva, ostinato come una litania, la frase che ormai tutti si aspettavano:

«Io propongo di fare il pubblico orinatoio, laggiù alla Vòta.»

Il sindaco, con la pazienza di chi ha già vissuto quella scena decine di volte, tentava di riportarlo in carreggiata: «Sor Pietro, stasera si discute dei tagli alla Macchia.»

«E io sto discutendo dell’orinatoio!» ribatteva l’altro, alzando la voce e scivolando nel suo dialetto più schietto. «Non è più sopportabile che in tempi civili i cittadini debbano ancora andare a fare i propri bisogni in mezzo alle strade! Il progresso dei popoli e la civiltà devono… devono…»

E qui, puntualmente, la memoria lo tradiva. Si inceppava davanti a tutti, con enorme godimento della platea, incapace di ricordare il discorsetto elegante che il segretario comunale gli aveva scritto con tanta cura e pazienza. Finiva sempre allo stesso modo: un pugno sul bancone e un urlo che chiudeva la questione meglio di ogni retorica: «Bisogna fare il pubblico orinatoio!»

A quei tempi, va detto, per “orinatoi pubblici” si intendevano poco più che rientranze negli angoli delle mura, senza riparo alcuno che sottraesse i malcapitati agli sguardi dei passanti. Due ferri piegati ad arco, infissi a mezzo metro l’uno dall’altro, e più in alto, appesi a un chiodo, rametti di mirto che gli spazzini, la mattina presto, innaffiavano di creolina — un rimedio che, in realtà, curava ben poco: il liquido si spandeva ovunque, filtrava tra le pietre del selciato, ristagnava negli interstizi, e l’odore che ne risultava era tutt’altro che un profumo francese.

Le cose andarono avanti così, sera dopo sera, seduta dopo seduta, finché una notte, dopo l’ennesima sfuriata di Pietro, il sindaco perse la pazienza. Forse più incattivito ancora del suo assessore, si voltò verso il geometra comunale e gli ordinò, con un tono che non ammetteva repliche, di costruire quel maledetto orinatoio una volta per tutte, così da chiudere per sempre quella storia.

E così fu fatto.

Sorse alla curva della Vòta, esattamente dove Pietro l’aveva sempre voluto, tutto in graniglia prefabbricata — materiale fornito, con orgoglio locale, dalla rinomata ditta Renzi. Un piccolo corridoio d’ingresso portava a un vano con la tazza alla turca sulla destra, l’orinatoio sulla sinistra, e in fondo un modesto lavandino. Alla sovrintendenza sanitaria del luogo fu nominata, con solenne ironia municipale, Rusina Coccia: una prostituta terracinese ormai ritiratasi dal mestiere per l’età, ma stimata e onesta a modo suo.

Il monumento alla civiltà cittadina, però, rimase quel che era: bello e perfettamente inutile. I terracinesi continuarono imperterriti a fare i propri bisogni dove li avevano sempre fatti — nei vicoli, nelle piazzette, tra le ombre dei muri — proprio come avevano fatto i padri dei loro padri, incuranti della modernità offerta loro.

Pietro, però, non si diede mai per vinto. Non perdeva occasione, quando arrivavano forestieri in visita alla città, di condurli fino a quell’edificio e mostrarglielo con fierezza, come se fosse una cattedrale. Per lui quell’orinatoio alla Vòta era diventato il simbolo tangibile del progresso raggiunto da Terracina, l’emblema di una civiltà finalmente compiuta. E ogni volta, con una modestia che a stento nascondeva l’orgoglio, mormorava soddisfatto, quasi commosso:

«È opera mia.»

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