In occasione della Giornata della Biodiversità 2026, dedicata al tema “Agire a livello locale per un impatto globale”, il WWF del Litorale Laziale rilancia una proposta concreta per l’Amministrazione comunale di Terracina: recuperare il giardino acquatico del parco dell’area Chezzi, oggi degradato dopo decenni di splendore.
Una storia che parte dal 1986.
Tutto ebbe inizio quarant’anni fa, quando il responsabile del Settore Lavori Pubblici e Ambiente del Comune, socio sostenitore del WWF, diede avvio alla riqualificazione di quella che allora era un’area dismessa, nota alla cittadinanza come “area Chezzi”. L’obiettivo era ambizioso per l’epoca: dotare il centro urbano di un parco pubblico dalle caratteristiche naturalistiche, capace di ospitare al suo interno un giardino acquatico ricco di vita vegetale e animale.
Un progetto che, di fatto, anticipava di decenni i principi delle moderne Nature Based Solutions, oggi al centro delle politiche europee contro il degrado ambientale e per lo sviluppo sostenibile.
Vincoli archeologici e soluzioni ingegnose.
Trattandosi di un’area di interesse archeologico, i lavori furono sottoposti a precise prescrizioni della Soprintendenza, che vietò scavi oltre i 40 centimetri di profondità e la realizzazione di fondazioni murarie. Una limitazione che i progettisti aggirarono con una soluzione creativa: anziché scavare, innalzarono il piano di campagna creando una collinetta artificiale, così da ricavare la profondità necessaria per due laghetti a quote differenti.
Il bacino superiore, alimentato da una cascata artificiale, garantiva acque ossigenate e in movimento; quello inferiore, collegato tramite un ruscello attraversato da un ponticello in legno, riproduceva le condizioni di uno stagno naturale, con acque ferme e melmose ideali per la fauna palustre.
Materiali naturali, zero cemento.
Per l’impermeabilizzazione fu scelta una soluzione completamente ecosostenibile: teli di bentonite, un’argilla naturale di origine vulcanica, al posto dei tradizionali teli plastici o del cemento. Il fondo fu poi ricoperto con ciottoli e terreno vegetale per favorire lo sviluppo della vegetazione acquatica.
Le piante di palude – iris, ninfee e altre specie tipiche del territorio – furono prelevate direttamente dal fiume Linea e dai laghetti alle pendici di Monte Leano, presso l’antica fonte dedicata alla dea Feronia. Una scelta che si rivelò vincente: nel giro di pochi mesi l’area vide la nascita spontanea di cannucce palustri, salici autoctoni e una fiorente popolazione di girini, rane, gamberetti di fiume, libellule e damigelle.
Vent’anni di equilibrio, poi il declino.
Il sistema, alimentato da un pozzo e regolato da una centralina con timer, funzionò senza intoppi per circa due decenni. Solo nel 2007 emerse un problema tecnico: la pompa sommersa cominciò a intasarsi a causa della vegetazione acquatica che ne occludeva la gabbia di protezione. La soluzione fu trovata sostituendo la pompa con una nuova centrale di aspirazione, nascosta all’interno di una finta vera da pozzo.
Negli anni successivi, però, l’incuria e comportamenti irresponsabili di alcuni cittadini – che hanno introdotto specie aliene invasive come testuggini americane e pesci esotici – hanno compromesso l’equilibrio ecologico originario, facendo scomparire anfibi, libellule e altri organismi autoctoni.
L’appello del WWF.
Nonostante il degrado attuale, e pur non essendo certo lo stato di conservazione dei teli di bentonite nella zona perimetrale, il WWF ritiene il restauro non solo possibile ma necessario. A conferma di ciò, basterebbe la semplice riattivazione del circuito idrico per far rivivere i due laghetti, come già osservato in passato dopo periodi di inattività.
L’associazione ambientalista lancia però un monito preciso al Comune: qualsiasi intervento di manutenzione dovrà evitare la pulizia dei fondali, poiché la melma e i sedimenti organici costituiscono l’habitat naturale indispensabile alla riproduzione dei girini e alla vita dei microrganismi palustri. Il WWF chiede quindi che venga vietato in modo tassativo al gestore del verde pubblico rimuovere lo strato di ciottoli e terreno melmoso appositamente predisposto sul fondo dei bacini. (e.l.)
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