Giacciono là, nei flutti torbidi del porto, due scheletri di legno e sale, ombre di ciò che furono — orgogliose paranze della grande flotta terracinese, regine un tempo del Tirreno.
Marciscono in solitudine, abbandonate come vecchie preghiere che nessuno più recita, mentre le onde—non proprio cristalline— si infrangono stanche sui loro fianchi aperti, carezzando con acqua sporca ciò che il mare aperto un giorno baciava con rispetto.
Passano i viandanti sulla banchina: terracinesi che distolgono lo sguardo, forestieri che fotografano lo scandalo, tutti gridano all’indecenza, tutti invocano chi dovrebbe fare— ma nessuno fa.
E loro restano, inabissate tra rifiuti e indifferenza, due relitti derelitti che un tempo varcarono maestose lo mare nostrum, con reti gonfie di pescato e cuori gonfi di vento.
Onore a voi, paranze dimenticate, testimoni silenziose di una flotta che fu la più numerosa del Lazio— ora ridotte a monumento involontario della nostra smemoratezza, del nostro lasciar marcire anche la memoria.
Le onde continuano il loro requiem, splash dopo splash, sulle carcasse di legno che affondano più nell’oblio che nell’acqua del porto. (e)
Onore alle due paranze abbandonate, ultime testimoni di una gloria marinara che fu.
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