In questi giorni il gruppo Stellantis per il brand Fiat, oggi semplice label o poco più, ha annunciato i
nuovi modelli per il 2026: grizzly – grizzly fastback – quattrolino – pandina – tris. Tutti modelli
nuovi, su piattaforme nuove, con nuove motorizzazioni elettriche, ibride e termiche, frutto di una
pianificazione attenta e di una consolidata programmazione pluriennale. Tutti questi modelli
saranno prodotti in Africa (Marocco – Algeria) Serbia e Brasile. Forse uno a Pomigliano D’Arco o
Melfi, a Cassino nulla. E’ ancora necessaria la presentazione del business plan per capire che
Cassino non rientrava, non rientra e non rientrerà in nessuna strategia di sviluppo di Stellantis in
Italia? E’ chiaro o no che il destino di Cassino è segnato? E’ evidente o no che Fiat non è più il
perno centrale dell’automotive italiano? E’ chiaro che bisogna fare i conti con una multinazionale
che non ha alcun legame storico con questo territorio e pertanto non ha remore nell’alienare ciò che
per noi ancora oggi rappresenta l’eccellenza del settore metalmeccanico nostrano? Ad ascoltare il
governatore della regione Lazio, il ministro del made in Italy (termine non proprio sovranista) e
qualcun altro, pare proprio di no. Intanto, lo stato italiano sborsa in media 1340,56 euro netti al
mese (nell’ipotesi più rosea) per ogni operaio di Cassino, più di duemila, coinvolto nella fruizione
degli ammortizzatori sociali: più o meno 2 milioni e 600 mila euro al mese che, se si consolida
l’attuale trend, si traduranno in 20 milioni di euro da oggi al 31 dicembre. Senza pensare a quanto
giù elargito da decenni anni a questa parte e che non hanno mai indotto la proprietà a reinvistere su
un territorio che ha fatto grande la Fiat. Intanto, oggi, Stellantis è libera di investire dove i costi e le
tutele sociali sono nettamente inferiori, è libera di investire dove ottiene agevolazioni fiscali,
previdenziali e di costo di produzione tali da ottenere utili miliardari. Al cospetto di questi numeri
qualcuno al Mimit, in Regione e qualcuna a Palazzo Chigi riuscirà a fare mea culpa per il palese e
pericoloso fallimento politico o dobbiamo sospettare che questa situazione sia di comodo per turpi e
meschini do ut des elettorali? Quando le cose non vanno, serve un cambio di passo, non proclami e
annunci. Lo stato italiano deve rivendicare e tutelare il diritto al lavoro che, nel caso di Cassino, ha
ampiamente finanziato e questo governo avrebbe dovuto farlo subito con autorità, perchè
l’automotive è un settore strategico di interesse nazionale. Se non ci sono privati interessati, eserciti
direttamente il diritto di tutela e torni, lo stato italiano, a produrre auto a Cassino. L’Italia non deve
essere ostaggio né degli arzigogolati schematismi europei, né di laide multinazionali. Si salvaguardi
subito il lavoro e la dignità dei nostri operai oggi messi alla berlina dal governo e da Stellantis. La
storia e tutto il patrimonio che Cassino rappresenta, compresa l’induscitible professionalità degli
operai Fiat, non possono essere buttati in pattumeria e non devono essere oggetto di scambio. Basta
con la storia che a Cassino non si può produrre perchè energeticamente non genera utili. Si operi
affinchè lo stabilimento, a prescindere, torni a costruire automobili italiane. E’ ora che la politica
delle poltrone si assuma le proprie gravissime responsabilità. Nessuno si è mai posto il problema su
come rendere autonomo energeticamente questo territorio. Nessuno ha pensato che la valle del
Sacco ha pontenzialità tali da poter diventare un hub energetico a bassissimo impatto ambientale.
L’ipocrisia, il bieco opportunismo e l’ignoranza sono il corollario di un cogente modus operandi
involuto e tipico del periodo pre industriale: nessuna visione di insieme, nessuna programmazione
infrastrutturale, nessuna tutela ambientale e sociale. Oggi paghiamo drammaticamento lo scotto di
questa gestione scelerata che ha pregiudicato gli equilibri socio economici di tutto il basso Lazio,
pontino compreso. La desertificazione industriale in corso è irriversibile perchè è mancata la cultura
della programmazione, dell’investire per radicare su questo territorio una ossatura industriale capace
di resistere alla volatilità dei mercati e alla concorrenza di antagonisti emergenti, sud est asiatico e
ora Nord Africa che offrono costi e risorse inversamente proporzionali ai nostri deficit. Se si fosse
investito tempistivamente in ricerca energetica, oggi la Valle del Sacco avrebbe potuto avere una
centrale termodinamica a concentrazione che avrebbe consentito alle industrie locali di godere di
risorse energetiche a costo zero e a impatto ambientale nullo. Sarebbe stato un vettore iniziale che
avrebbe fatto fare il salto di qualità e garantito la tenuta sociale ed economica. Avrebbe pototuto
generare ricerca e aprire nuove prospettive eco sostenibili come quelle che da qualche decennio
promuove lo stimatissimo fisico ferentinate Francesco Celani le cui ricerche sui semiconduttori
sono in fase sperimentale e promettono risultati interessanti. Però, progresso, ricerca ed innovazione
non fanno parte della forma mentis delle precedenti classi politiche italiane e men che meno
dell’attuale tutta presa all’assegnazione di poltrone e seggiolini di enti inutili, costosi ed obsoleti. E’
una sgradita abitudine politica che va bandita; i vari ASP – Consorzi di Bonifica – Società gestione
rifiuti – Ato – Egato e via dicendo sono strutture inadeguate – anacronistiche a cui sono state
assegnate, farroginosamente, deleghe la cui gestione non migliora ne lo stato sociale ne l’economia
dei territori. Rappresentano una costosa frammentazione non necessaria di competenze che possono
essere avocate da Comuni e Province previa riforma degli enti locali oggi più che mai necessaria.
La sfida immediata è quella di stabilizzare la crisi, di fermare l’emorragia, di individuare forme di
partnerario pubblico/privato che consentano una ripresa dei settori fondamentali per la nostra
economia, a partire dal metalmeccanico e del chimico che rischia di saltare. Se in provincia di
Frosinone salta la Henkel si apre un effetto domino che difficilmente si arresterà e i segnali funesti
ci sono tutti. Prima che scappino i buoi, invito il nuovo assessore al lavoro della Regione Lazio che
spero si sia calato con serietà nelle problematiche cogenti a censire queste realtà in crisi, a dialogare
con gli enti di prossimità, comuni e province, al fine di prevenire smobilitazioni e dismissioni.
Stendo il consueto velo pietoso sul consorzio industriale, impalpabile, sterile, avulso, cui prodest?
Comunque, noi socialisti siamo sempre aperti al dialogo non siamo per le barricate ma se necessario
le alzeremo con tutti gli operai in loro difesa e in difesa di questo territorio
Lorenzo Fiorini Psi
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