Erano gli anni in cui Ventotene si attraversava ancora a piedi in venti minuti, dal porto romano alla Punta Eolo, e in cui bastava conoscere la persona giusta — o essere abbastanza incoscienti — per ritrovarsi coinvolti in cerimonie che nessuno aveva mai autorizzato ufficialmente, ma che l’isola prendeva sul serio con la gravità di un’incoronazione.
Fu così che una sera d’agosto, tra un bicchiere di bianco isolano e una promessa fatta con troppa leggerezza, mi ritrovai con la Fascia Tricolore addosso. Non chiedetemi i dettagli esatti di come sia iniziato tutto: c’era di mezzo una scommessa, forse un compleanno, forse semplicemente la voglia collettiva di avere un sindaco per un giorno che non dovesse rispondere a nessuno. La fascia — verde, bianca, rossa, leggermente stinta dal salino — mi fu calata addosso da mani che oggi giurerei appartenessero a metà del paese, tra applausi che sembravano sinceri e che forse, in un certo senso, lo erano davvero.
Al mio fianco, in questa vicenda che ancora oggi racconto con un misto di orgoglio e imbarazzo, c’era Benito. Ristoratore isolano di rara originalità, uomo capace di trasformare un piatto di lenticchie in un evento diplomatico e una serata qualunque in un pretesto per un discorso. Fu lui, con la solennità di chi ha servito troppi turisti e isolani per prendere sul serio qualunque cosa, a proclamarmi ufficialmente “Primo Cittadino Onorario della Serata”, titolo che non esisteva prima di quel momento e che, per quanto ne so, non è mai più esistito dopo.
Il discorso d’insediamento — se così si può chiamare — avvenne sul molo, davanti a un pubblico composto da tre gatti, due turisti confusi che scattavano foto pensando fosse una tradizione locale autentica, e un gruppo di pescatori che applaudivano più per cortesia che per convinzione. Promisi, tra le altre cose, l’abolizione delle zanzare, il libero attracco per tutte le barche di passaggio e — punto cardine del mio programma — sconti perpetui nel ristorante di Benito, promessa che lui stesso, con studiata solennità, si affrettò a smentire pubblicamente, scatenando la prima crisi istituzionale del mio breve mandato.
Il resto della serata è nebuloso, come si conviene alle storie vere raccontate troppe volte: qualcuno giura che ci fu un discorso di dimissioni ancora prima dell’insediamento formale, qualcun altro sostiene che la fascia finì, per ragioni mai chiarite, sulle spalle di un cane randagio molto rispettato sull’isola.
Quello che è certo — e su questo Ventotene intera concorda ancora oggi, se la si interroga con il giusto tono scherzoso — è che per una notte, sotto quel cielo pieno di stelle e di sale, io e Benito abbiamo governato un’isola di sette chilometri quadrati con la stessa serietà con cui si governa un intero paese. Forse anche di più. (everardo longarini)
*Dedicata al caro sindaco di Terracina, Francesco Giannetti.
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