martedì 14 agosto 2018,
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Terracina: la storia, il mito … Pio VI

scritto da Redazione
Terracina: la storia, il mito … Pio VI

Riteniamo che per confezionare un lavoro fruttuoso nei confronti di una comunità ci sia anche il bisogno di utilizzare al meglio un mezzo d’informazione dominante qual è facebook, riempiendolo di contenuti degni.

Questo, infatti, è un “vettore comunicativo” nato per essere utile al cittadino utilizzatore, che si sta evolvendo però a mero contenitore di varia umanità, e se proprio dobbiamo essere sinceri, spesso di “avariata” umanità.

Dal microcosmo localistico all’universo mondo, ecco quello che determina l’utilizzo di facebook, mentre le cose che si pubblicano rimangono in “eterno” sulla rete, aprendo, di fatto, al confronto tra culture e sistemi diversi di vita.

E’ nostra intenzione quindi proseguire il virtuoso cammino pubblicistico tracciato in ambito locale, con relativa apertura al mondo di facebook, conferendo nel contempo sostanza e soddisfazione al tempo che impieghiamo per promuovere questi momenti di cultura e di storia della città … naturalmente come piace a noi.

E’ una sorta di percorso al riesame degli accadimenti storici e dei fatti dialettali, visti però da una prospettiva diversa: senza retorica, riverenza e soggezione verso alcuno.

Con queste semplici ragioni nell’odierno incontro pubblichiamo un resoconto curioso su Papa Pio VI, forse il più “utile” pontefice alla causa di Terracina e dei terracinesi.

e.l.

 Terracina: la storia, il mito:Pio VI

Se nei racconti metafisici di Pio VI vi era “l’essere” dopo la morte, egli, uomo eminentemente fisico, amante della bellezza e dell’arte, legando il suo nome all’impresa colossale del prosciugamento delle paludi pontine, dove in tanti fallirono prima di lui, e alla costruzione della “città nuova” nello spirito illuminato del secolo, vi riuscì più che degnamente.

Egli è immortale e la gloria dei secoli vive nell’opera sua, in quella Terracina che dopo oltre 200 anni non lo riconosce ancora come l’artefice della sua rinascita.

Nel 1780, anno della sua prima visita, aveva trovato un aggregato di case sconnesse, dalle vie sudice e maleodoranti, abitate da pochissimi esseri umani intorpiditi dall’isolamento e dalla miseria, e svigoriti dalla malaria.

Quando se ne andò, venti anni dopo, lasciò una città trasformata nel corpo delle sue strutture e nello spirito dei suoi accresciuti abitanti, per i quali erano state create le basi di un avvenire prospero.

A Gaetano Rappini, ingegnere idrostatico, affidò il progetto e la direzione dei lavori nel dicembre 1777, il quale disegnò fin dall’inizio la dimensione nuova che la città doveva assumere in seguito all’opera idraulica, divenendo il terminale fisico delle operazioni di bonifica attraverso vie navigabili che consentissero l’afflusso dei prodotti delle terre liberate dalle acque.

In questo senso andava il progetto di fondazione redatto nel 1781 con la creazione del Borgo Pio, che nel suo rigido impianto ortogonale, coll’inserimento di elementi naturali e paesaggistici nel quadro urbanistico, obbediva ai criteri di ordine e regolarità che la cultura illuministica ereditò dalla civiltà classica.

Il programma di espansione spostò il baricentro della vita socio-economica in un nuovo rapporto collina-valle, senza perderlo con l’antico nucleo urbano.

La città superò la barriera delle mura antiche che aveva esaurito la loro funzione di contenimento-protezione, e conquistò una spazialità e un respiro mai conosciuto prima.

Nacque la nuova strada consolare, asse viario principale che attraversa il Borgo Marina, nacquero i magazzini dell’abbondanza sul braccio rettilineo dell’antico porto traianeo, la darsena fluviale, (lo sguero), sorsero magazzini lungo il canale, le Case Pellegrini, la Dogana, le Poste, la Chiesa, il “Quartiere dei soldati”, la Scuola, l’Ospedale.

Si adottarono provvedimenti per migliorare la situazione igienico-sanitaria della zona. Furono piantati aranci e pini attorno alla città, fu dotato l’abitato di acqua potabile ripristinando gli acquedotti di età romana, e la cloaca centrale, trovata sotto il percorso dell’Appia. Il nucleo urbano primitivo acquistò nuovo splendore con la costruzione del palazzo della Bonifica sede degli uffici amministrativi, e l’eccezionale recupero dell’attuale Palazzo Braschi, elemento urbanistico dominante nel rapporto tra vecchio ed il nuovo.

Si spostò l’accesso alla città da Porta Maggio a Porta Romana ripristinando l’antica cinta muraria sillana, riunendo così il quartiere “Cipollata” all’abitato.

Nell’impegnativo programma d’incremento demografico, che nel corso del tempo insediò a Terracina numerosi nuclei provenienti dall’entroterra, non fu trascurata da Pio VI, che voleva la città, anche “marinara”, l’insediamento di nuclei fatti venire apposta da Gaeta, resina, Torre del Greco e sistemate sulla spiaggia di Levante (le case nuove).

A suggello del suo impegno pensò l’erezione di una nuova chiesa nel Borgo Nuovo, capace di accogliere oltre che fisicamente anche spiritualmente l’intera popolazione in un grande abbraccio ideale.

Il progetto fu affidato all’architetto neoclassico Giuseppe Valadier e il 15 maggio 1795 Pio VI pose la prima pietra della costruenda chiesa intitolata a S. Pio V, che per la monumentalità, articolazione strutturale e valore scenografico nel rapporto di respiro con lo spazio semicircolare (oggi piazza Garibaldi) antistante appositamente creato, rimane l’edificio sacro più importante e caratterizzante la “città nuova”.

La solenne benedizione di Pio VI alla città il 14 maggio 1795, festa dell’Ascensione, dalla loggia del suo palazzo, simbolicamente sancì il completamento dei lavori di prosciugamento della palude e della fondazione del nuovo borgo, nato dal volere e potere suo.

Morì in tempi di rivoluzione, prigioniero in terra francese, nel castello di Valenza il 29 agosto 1799.

La città, che volle, costituì un fatto sconvolgente nella storia millenaria di Terracina: il Borgo Pio non fu per niente occasionale, il frutto di un capriccio, ma la risultante di un disegno tecnico – economico studiato nei dettagli, un rivoluzionario processo di pianificazione territoriale e urbanistica che determinò un distacco netto della concezione statica dell’antica Anxur e che riuscì a farla uscire dal suo guscio dopo 20 secoli.

Chi oggi guarda dall’alto la città, capisce bene come la linea Pia assuma una funzione emblematica.

Essa non divide soltanto due aspetti della città concepiti e realizzati in tempi diversi, ma separa due modi “diversi” di procedere nel determinare e promuovere lo sviluppo della città.

Essa è il solco profondo che divide due visioni, due mondi, due culture.

Imparino gli amministratori d’assalto.

Imparino i palazzinari di quarta serie.

 

Venceslao

 

Riproduzione riservata.

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