C’è una buca in meno a Terracina, questo è vero. E c’è, va detto con onestà, un problema di sicurezza in meno per chi ogni giorno percorre a piedi o in auto il tratto alto del centro storico. Da mesi, infatti, una porzione di sampietrini di Corso Anita Garibaldi era saltata, lasciando un varco pericoloso proprio sopra il basolato dell’antica via Appia. Un rischio concreto per i viandanti, tanto quanto un affronto quotidiano alla dignità di una delle strade più antiche d’Italia.
L’altro giorno, finalmente, i lavori sono arrivati. Meno male, verrebbe da dire, che l’amministrazione comunale abbia un assessore dedicato alle piccole manutenzioni cittadine: senza quella attenzione, per quanto arrivata con qualche mese di ritardo, la città rischiava davvero di restare sospesa nell’indifferenza.
Ma è proprio qui che il sollievo si trasforma in perplessità. Perché i tecnici comunali, o chi per loro, invece di ripristinare il tratto ammalorato con gli stessi sampietrini — che pure erano lì, accantonati e ben visibili, appoggiati al muro di un’abitazione a pochi centimetri dal cantiere — hanno scelto la strada più rapida: una colata di cemento a tamponare il buco.
Nessuno mette in discussione l’urgenza dell’intervento. La buca era un pericolo reale, e ogni ritardo nella sua chiusura sarebbe stato un ulteriore atto di negligenza verso cittadini e visitatori. Il problema non è aver agito, ma come si è agito. Perché tutte le ragioni tecniche possibili e immaginabili — la fretta, la carenza di manodopera specializzata, la necessità di una soluzione provvisoria — non spiegano un dettaglio che salta agli occhi di chiunque passi da quelle parti: i sampietrini necessari al ripristino erano lì, a portata di mano, e sono rimasti inutilizzati.
Se si fosse trattato di un materiale introvabile, di un’emergenza che non lasciava margine a soluzioni più rispettose del contesto storico, si potrebbe forse comprendere la scelta del cemento come male necessario, in attesa di un intervento definitivo. Ma quando il materiale originale è visibilmente disponibile, la domanda diventa inevitabile: perché non usarlo?
Al di là di ogni possibile giustificazione tecnica o organizzativa, resta un fatto che nessuna urgenza può cancellare: su una strada romana, su un tracciato che porta i segni di duemila anni di storia, non si dovrebbe mai vedere una colata di cemento al posto dei sampietrini. La sicurezza dei viandanti era ed è una priorità innegabile, ma la sicurezza non era in conflitto con il rispetto della storia: i materiali per farle convivere c’erano entrambi, fisicamente, sullo stesso marciapiede.
Quello che resta, allora, non è tanto la macchia grigia sull’asfalto quanto un interrogativo più ampio: se anche di fronte a un’emergenza minima e a una soluzione a portata di mano si sceglie la scorciatoia, cosa dobbiamo aspettarci quando le sfide sulla tutela del patrimonio storico cittadino saranno più grandi? La buca è chiusa, il pericolo è scongiurato. Ma la sensibilità storica, quella, sembra essere rimasta appoggiata al muro insieme ai sampietrini mai posati. (everardo)
Le foto del prima e dopo i lavori di Giorgio Del Monte.
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