martedì 11 dicembre 2018,
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Terracina. “Bandiera Rossa”, ovvero: “chi tè j còmmede e nen ze sèrve nen trova confessore che j’assorve”

scritto da Redazione
Terracina. “Bandiera Rossa”, ovvero: “chi tè j còmmede e nen ze sèrve nen trova confessore che j’assorve”

Nel 1935/36 un facchino, tale Pasquale – comunemente chiamato Pasqualone per la possanza della persona, abitava al Palazzo del Fascio, così chiamato, allora, quel fabbricato che sta in via Volta, subito dopo la Caserma dei Carabinieri.

Costui cominciava a farsi qualche bicchiere fin dalla mattinata e terminava invariabilmente la giornata dentro una fraschetta, dove diventava talmente ciucco, talmente istupidito dal vino che doveva essere portato a casa di peso.

Ciò avveniva quando la fraschetta era a una distanza ragionevole da casa, ma se ne era lontano passava la notte all’addiaccio, su un marciapiede o ai bordi della strada.

Ciò avveniva spesso e quindi lui aveva escogitato un mezzo sicuro per farsi portare a casa.

Quando, dunque, la fraschetta era lontana, i camerati sbevazzatori lo portavano fuori, lo sedevano in terra, poggiato a un muro.

Lui aspettava che quelli rientrassero nella cantina e dopo con quella voce profonda e arrochita che si ritrovava, intonava a squarciagola Bandiera Rossa.

Figuratevi i Reali Carabinieri!

Gli piombavano addosso come falchi, procuravano un carretto a mano e lo trainavano fino alla Caserma, ove passava la notte in guardina per essere rilasciato la mattina seguente, dopo una dura reprimenda del Maresciallo.

Però, quando ciò accadde la terza volta, il Maresciallo capì, e allora, ai Carabinieri che lo avevano arrestato, diceva, con un sorriso: portatelo a casa sua. Abita qui dietro.

Accome si dice: chi tè j còmmede e nen ze sèrve nen trova confessore che j’assorve.

Riproduzione riservata.

e.l.

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