Le mura di cinta dello stadio Bonaventura Matthias, rase al suolo per fare case popolari su uno dei siti più antichi d’Italia. Un vulnus politico e civico che i terracinesi non hanno mai digerito.
Immagine, parziale, sbiadita, eppure capace di bucare lo schermo come una lama: le mura di cinta del campo sportivo Bonaventura Matthias, ultima testimonianza di un luogo che fu cuore pulsante della domenica terracinese, prima che picconi e ruspe lo cancellassero dalla cartografia sentimentale di una città. Al suo posto, oggi, sorgono palazzi di edilizia popolare — compatta e anonima presenza che fronteggia silenziosa la monumentale banchina di uno dei porti più importanti dell’antichità classica.
Quel porto fu voluto dall’imperatore Traiano, il quale, tra il 98 e il 117 d.C., ne ordinò l’ampliamento, lasciando strutture ancora oggi visibili. È una doppia ferita, quella inflitta a Terracina nel momento in cui il Bonaventura Matthias fu abbattuto: una ferita sportiva e identitaria, ma anche — e forse soprattutto — una ferita alla memoria stratificata di una città che porta nel proprio sottosuolo e nel proprio orizzonte i segni indelebili di duemila anni di storia.
Il campo, i tigrotti biancocelesti e le domeniche perdute.
Lo stadio Bonaventura Matthias non era soltanto un impianto sportivo. Era il teatro delle domeniche di una generazione intera, lo stadio degli eroi della giovinezza terracinese: i tigrotti biancocelesti invincibili degli inizi degli anni Settanta. Isolani, Lo Sordo, D’Auria, Vanno, Lutero, Cea, Salino, Lucidi, Zitarich, Martinelli. Nomi che risuonano ancora nelle conversazioni dei più anziani come un rosario laico, scandito con la nostalgia di chi sa che certi pomeriggi non torneranno.
Era il campo di Mario Colavolpe, uomo severo e innamorato del calcio, che insegnava ai ragazzini che la palla va sempre passata al compagno più vicino — una lezione che era molto di più di una tattica sportiva.
La demolizione e il doppio sfregio.
Quando fu deciso di demolire il Bonaventura Matthias per farvi sorgere palazzi di edilizia residenziale pubblica, Terracina perse in un colpo solo la propria tradizione calcistica e la possibilità di dialogare con il passato imperiale che le lambisce il suolo. Quei palazzi, eretti davanti alla monumentale banchina traianea, rappresentano il simbolo di un orrore urbanistico: uno squarcio sul viso millenario della città, un ecomostro.
Non si tratta soltanto di estetica o di rimpianto sportivo: si tratta di una scelta amministrativa e politica che ha ignorato il valore di un luogo doppiamente straordinario — per la storia romana custodita nel sottosuolo, e per la storia recente di una comunità che vi aveva costruito i propri riti laici.
Un vulnus che non si rimargina.
Le immagini delle mura di cinta che circolano sui social, scatti parziali e preziosi che riemergono periodicamente come fotogrammi di un film interrotto, dicono molto del rapporto che i terracinesi mantengono con quel luogo. Non è nostalgia sterile. È la rivendicazione, silenziosa e ostinata, di un’identità spezzata da una decisione che nessuno, a distanza di decenni, sembra aver davvero accettato.
Terracina è una città che ha imparato a convivere con le stratificazioni del tempo: i basoli dell’Appia sotto i piedi, le arcate del Foro romano al centro, il Tempio di Giove Anxur che veglia dall’alto del Monte Sant’Angelo. Ma questa stratificazione, che avrebbe potuto diventare anche un discorso sul rapporto tra sport, comunità e paesaggio antico, è stata invece interrotta da un colpo di piccone.
Restano le fotografie. E resta, intatta, la memoria di chi su quelle tribune ha vissuto domeniche che nessun palazzo popolare potrà mai restituire. (e.l.)
*Scrivo questo post mentre in tv vedo il Frosinone del presidente Stirpe tornare per la quarta volta in Serie A. Complimenti!
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