C’era una volta Terracina. Non quella di oggi, purtroppo, ma quella che resta impressa nella memoria di chi l’ha vissuta quando era davvero la bella città.
Terracina era un gioiello incastonato tra il mare e la montagna, dove il Tempio di Giove Anxur vegliava dall’alto come un guardiano silenzioso sulla vita che scorreva nelle strade sottostanti. Era una città dove il senso di appartenenza si respirava nell’aria salmastra, dove i vicoli del centro storico raccontavano storie di generazioni che si tramandavano mestieri, tradizioni, e soprattutto rispetto per ciò che era di tutti.
Le piazze erano il cuore pulsante della comunità. Piazza Municipio, con il suo Duomo e il selciato che brillava sotto il sole, era il salotto buono dove ci si incontrava, ci si salutava, ci si riconosceva. I bambini giocavano liberi mentre gli anziani chiacchieravano sulle scale della Chiesa di San Cesareo, custodi di una saggezza popolare che si è andata perdendo. Il lungomare era una passeggiata domenicale, un rito collettivo dove le famiglie si mostravano al mondo con orgoglio, dove il gelato aveva il sapore della festa e della semplicità.
La Terracina di una volta sapeva prendersi cura di sé stessa. I giardini pubblici erano curati, le fontane funzionavano, le strade erano pulite non solo perché c’era chi le spazzava, ma perché nessuno si sarebbe sognato di sporcarle. C’era un patto non scritto tra la città e i suoi abitanti: io ti rispetto, tu mi accogli. Le cose di tutti erano davvero di tutti, non proprietà anonime da sfruttare e abbandonare.
Il porto era vita vera, con i pescatori che rammendavano le reti e il profumo del pesce fresco che si mescolava al salmastro. Le botteghe artigiane custodivano segreti tramandati di padre in figlio: il falegname, il calzolaio, il sarto. Ogni angolo aveva la sua storia, ogni pietra la sua dignità.
Ma oggi? Oggi Terracina è diventata un insieme di inciviltà e abbandono. I beni pubblici che dovrebbero essere patrimonio comune sono lasciati al degrado. Le cose di tutti sono diventate cose di nessuno, in un paradosso doloroso che ferisce chi ama davvero questa terra. Panchine divelte, muri imbrattati, spazi verdi trasformati in discariche improvvisate. Il mare, un tempo specchio cristallino, troppo spesso vittima dell’indifferenza.
E questo non va affatto bene.
Perché Terracina merita di più. Merita di ritrovare quella bellezza che non era solo nelle pietre romane o nelle spiagge dorate, ma nel cuore di chi la abitava con orgoglio. Merita cittadini che si ricordino che vivere un luogo significa prendersene cura, che il bene comune è la somma dei piccoli gesti quotidiani di rispetto.
La Terracina di una volta non è perduta per sempre. Vive ancora nei ricordi di chi l’ha amata, nei racconti dei nonni, nelle fotografie ingiallite. E può rinascere, se solo ritroviamo quel senso di comunità, quella consapevolezza che una città bella non è un regalo calato dall’alto, ma una conquista quotidiana di tutti.
Vivendo Terracina. Non solo abitandola, ma vivendola davvero, con l’anima e la responsabilità di chi sa che domani dovrà consegnarla ai propri figli, possibilmente più bella di come l’ha trovata.
Questo è l’augurio, il desiderio, il sogno necessario. (e)
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