sabato 08 Agosto 2026,

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Il racconto breve della settimana. Cinquant’anni dopo, ancora la stessa classe.

scritto da Redazione
Il racconto breve della settimana. Cinquant’anni dopo, ancora la stessa classe.

di Everardo Longarini

Il banco che non si scorda.

Cinquant’anni sono un peso che non si vede, ma si porta. Sono il tempo di una carriera intera consumata giorno dopo giorno, di figli cresciuti che a loro volta sono diventati genitori, di case lasciate e ritrovate altrove, di lutti mai del tutto elaborati, di traguardi inseguiti fino allo sfinimento e a volte raggiunti, altre volte no. Sono soprattutto il tempo che serve perché tutto il resto si sfaldi, si confonda, si perda — e resti intatto, invece, proprio ciò che sembrava più fragile: un banco di scuola, un’aula in penombra, un professore severo, un compagno con cui si copiava di nascosto il compito di matematica. Come se il tempo, per quella sola stanza della memoria, avesse deciso di non passare.

È da questa strana, ostinata sospensione che è nato il ritrovo della 5ª D del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Terracina, maturità 1976. Mezzo secolo esatto da quella notte prima degli esami che tutti, nella vita, finiscono per ricordare allo stesso identico modo: un tremore fatto insieme di paura e di euforia, la certezza vaga che qualcosa di grande stesse per cominciare, e insieme la totale ignoranza di che forma quel qualcosa avrebbe preso. Nessuno, allora, avrebbe saputo dire dove sarebbe stato cinquant’anni dopo. Forse è proprio per questo che, tornando, si cerca sempre lo stesso banco.

Erano stati trenta, un tempo, seduti in quell’aula, con la vita ancora tutta da scrivere. In tanti, quel giorno lontano di cinquant’anni dopo, hanno risposto all’appello — e in quell’appello c’era già, senza che nessuno lo dicesse ad alta voce, l’eco di chi non avrebbe più potuto rispondere.

C’era Francesca, che di matematica applicata aveva fatto una cattedra, quasi a voler restituire alla materia — con gli interessi — il rigore che da ragazza le era costato tante notti insonni. C’era Beatrice, che per oltre quarant’anni aveva servito il Comune, passando di ufficio in ufficio come si passa di stanza in stanza in una casa che si conosce a memoria. C’era Franco, diventato psicologo e poi psicoterapeuta, che aveva speso una vita intera ad ascoltare le fragilità altrui e che, pur in pensione, non aveva ancora imparato a smettere. C’era Antonia, ancora in cattedra a insegnare materie giuridiche, come se per lei la scuola non fosse mai davvero finita, come se ne fosse rimasta prigioniera per scelta. C’era Maria, che una carriera importante l’aveva costruita lontano, in un’altra regione, fino a un riconoscimento arrivato dal Presidente della Repubblica — un orgoglio che portava addosso in silenzio, quasi con pudore.

E poi Angela, che aveva scelto di essere madre a tempo pieno, mestiere che nessun diploma insegna davvero a fare, e che pure aveva riempito un’intera esistenza. Valentino, diventato imprenditore nel turismo, con lo sguardo asciutto di chi ha costruito tutto da un pugno di niente. Vincenzo, che nel mondo dell’automotive è tra i primi imprenditori della provincia pontina. Dino, che aveva indossato per una vita la divisa della Guardia Costiera, comandando unità navali prima di appendere, finalmente, la giacca al chiodo. Giselda, maestra di scuola dell’infanzia, le mani segnate da decenni di matite guidate, di piccoli passi accompagnati. E Salvatore, che quel giorno era di casa più di tutti gli altri: perché il ristorante dove si sarebbero ritrovati era il suo.

Ognuno portava con sé una storia diversa, e più il tempo passa più si somigliano, queste storie, nella loro sostanza ultima. C’era chi aveva realizzato esattamente il sogno coltivato tra quei banchi, e chi invece aveva dovuto reinventarsi più volte, cambiare strada, scoprire con gli anni — con un misto di sollievo e malinconia — che l’occasione mancata non pesava poi quanto sembrava avere vent’anni. C’era chi era rimasto a Terracina, fedele come si è fedeli a un luogo che ci ha visti nascere, e chi era partito per non tornare se non per pochi giorni l’anno, portandosi dietro la città come una ferita dolce. Nessuna di queste strade, in una giornata come quella, pesava più delle altre. Contava solo essere arrivati fin lì, e potersi ancora guardare negli occhi riconoscendo, sotto le rughe e i capelli ormai bianchi, lo stesso compagno di banco di sempre — quello che il tempo, per quanto si sia sforzato, non è mai riuscito a cancellare del tutto.

Un pensiero per chi non c’è più.

Il ritrovo si è aperto con un silenzio che ha tolto il fiato a tutti, più eloquente di qualunque discorso. Gli ex studenti si sono recati al Santuario della Madonna della Delibera, dove un frate ha guidato una preghiera semplice, quasi sussurrata, dedicata a chi non ce l’aveva fatta ad arrivare fino a quel giorno — a chi era rimasto, per sempre, dentro quella stessa stagione di gioventù da cui tutti gli altri, nel frattempo, erano usciti.

Sono stati pronunciati a bassa voce, uno dopo l’altro, come si fa con le cose troppo fragili per essere dette forte, i nomi di Edy, Paolo, Carmine, Orietta e Patrizia. Cinque assenze che pesavano più di ogni presenza. Sguardi che si cercavano senza trovare le parole, qualche lacrima trattenuta a fatica e qualcun’altra lasciata scendere senza vergogna: perché una classe, per quanto dispersa e sparpagliata dalla vita, resta sempre una classe intera, anche — soprattutto — quando qualcuno manca per sempre all’appello. Il tempo, in quei minuti, si è fatto insieme più leggero e più insopportabilmente pesante, come accade solo davanti a ciò che non si può cambiare.

Il pranzo che ha riportato tutti a scuola

Da lì, il gruppo si è spostato al ristorante “Ai Pozzi”, la cui gestione — come si diceva — era affidata proprio a Salvatore, ex compagno della stessa 5ª D, che aveva voluto preparare personalmente il pranzo per i suoi vecchi compagni di banco. Un dettaglio che, da solo, racconta molto di questa storia: il destino, a volte, chiude i cerchi in modo quasi poetico.

Tra una portata e l’altra sono tornate a galla le storie di sempre: le interrogazioni sudate, gli scherzi ai professori, i primi amori nati tra un cambio d’ora e l’altro, le gite che sembravano avventure epocali. Cinquant’anni, per un pomeriggio, sono scomparsi del tutto: è rimasta la stessa complicità di allora, la stessa risata facile, la stessa voglia di stare insieme che nessuna distanza — geografica o anagrafica — è riuscita a scalfire.

A rendere ancora più intensa la giornata è arrivata la presenza di Roberta, una loro storica insegnante, accolta con un affetto che è sembrato annullare ogni gerarchia del tempo passato: non più professoressa e alunni, ma persone che hanno condiviso un pezzo di strada importante, e che quella strada la riconoscono ancora, intatta, in ogni sguardo.

Un arrivederci, non un addio.

Tra brindisi, abbracci che duravano un po’ più del necessario e cori intonati come ai tempi della gita di maturità — la stessa voce, appena più roca — la giornata si è chiusa con una promessa sincera, sentita da tutti anche se nessuno l’aveva detta prima ad alta voce: ritrovarsi ancora. Perché una classe, quando ha attraversato insieme cinquant’anni di vita e di lutti, non si scioglie mai davvero. Cambia forma, si dirada, si perde di vista per anni interi, ma resta comunque una famiglia — l’unica, forse, che si sceglie senza saperlo, a sedici anni, semplicemente sedendosi allo stesso banco. E come ogni famiglia sa, senza bisogno di dirselo, che il prossimo incontro non è una domanda. È solo, ancora una volta, una questione di tempo — quello stesso tempo che tutti, in quell’aula lontana, avevano temuto e desiderato insieme, senza immaginare che un giorno sarebbe diventato la cosa più preziosa che avessero.

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