giovedì 16 agosto 2018,
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Il dialetto, le storie e i personaggi della Terracina di ieri. “Marcepenette”

scritto da Redazione
Il dialetto, le storie e i personaggi della Terracina di ieri. “Marcepenette”

Forse il diminutivo di Marciano o un soprannome?

Era in ogni modo un forestiero di cui non si era mai saputo quale fosse in realtà il vero nome e cognome.

Era uno scarabattolo di uomo, basso, mingherlino, con un colorito moro, una selva di capelli folti e ispidi, due enormi baffi per sopracciglia e una barba che radeva, a Dio piacendo, una volta a settimana.

Aveva case e bottega da ciabattino in quel vano basso e triangolare che sta all’incrocio della Salita della SS. Annunziata con viale S. Francesco Vecchio e dedicava equamente il suo tempo fra lavoro, le varie “chiese di S. Silviano” e la musica.

Cioè, stava m’briache venti ore su ventiquattro e suonava il basso tuba nella Banda Municipale.

Questa era la sua giornata tipo.

All’imbrunire smetteva di lavorare e si recava a “recitare il Rosario” a S. Silviano in una delle tante “chiese” che allora costellavano come distintivi all’occhiello i vicoli di Terracina: ed i cui “grani” erano costituiti da avariati “quartini” che tracannava come una turbina.

Rientrava nella sua “magione” brontolando contro non meglio identificati nemici, che altro non erano che gli etilici fantasmi della sua mente, e non avendo innanzi persona sulla quale scaricare il suo malumore, se la prendeva con deschetto.

Discuteva aspramente come se quello contraddiceva quanto andava esponendo, finché esasperato urlava:

  • Ah! Tu ce daj raggiona? E a mmè che te dòngh’a’mmagnà e bève, e te veste e te cavezze ne daj tòrte? Fòra de casa, brutte lazzarune! Fòra!
  • E così esclamando, lo prendeva e lo scaraventava fuori la porta. Poi lo stesso servizio faceva alle forme e attrezzi da lavoro, finché, soddisfatto di aver “messo a posto la famiglia”, si addormentava su quella “ruazzola” che pomposamente definiva “letto”.

Si alzava intorno alle otto, e per recuperare quello che aveva scaraventato in mezzo alla strada – che i ragazzi avevano nascosto – passava la mattinata a litigare con tutte le donne di S Francesco e vicoli limitrofi, che – c’è bisogno di dirlo? – difendevano a spada tratta tutta la probità e la correttezza dei rispettivi figlioli (che, in verità, te li potevi sognare che razza di schiarazze che erano!).

Si faceva, così, mezzogiorno.

Poteva mettersi a lavorare? No! Doveva cucinarsi qualcosa. Verso le due, due e mezza, si metteva finalmente al lavoro, che come detto, smetteva invariabilmente all’imbrunire.

E guai a risentirsi se le scarpe, ciabatte o ciocia date in riparazione, non erano pronte!

Ti rincorreva con martello in mano fino ai “cavajucce”.

Altro pubblico spettacolo era quando si vestiva da fascista.

Non possedendo una camicia nera e non potendone acquistare una, rimediava indossando una “polacca” nera da donna.

Ma, soprattutto, spettacolo sopraffino era quando sfilava con la Banda dalla quale usciva sfiancato.

L’enorme trombone lo copriva tutto tanto che un ignaro osservatore poteva avere l’impressione che quell’enorme mezzabotte di ottone camminasse da sola sospesa in aria.

Inoltre, avendo le gambe corte, non riusciva a stare al passo con gli altri e rimaneva spesso indietro di due – tre metri, cosicchè ogni venti – trenta passi era costretto a fare corsetta per mettersi alla pari.

E quella che per gli altri era una semplice passeggiata, per lui diveniva una maratona.

Fu anche a causa di un modo di dire nell’uso della nostra gente.

Un giorno, alla presenza della signora Forte, gli scappò, dalla parte bassa e retrostante del corpo, un terribile e fetidissimo rumore.

Immediatamente se la prese con il deschetto.

  • Brutte cièsche! Denanze a nna segnora? … Zitt’a’allà, brutte malducate scrianzate! … Ah?! Nen ze state tu? E allora, seconne tè, so stat’jè?! Pussa via, pièzze de lazzarune!

Ed anche dopo che la signora Forte se n’era andata ridendo a più non posso, la lite continuava rabbiosa e interminabile.

Ecco perché, quando uno è stato lasciato solo e nega ostinatamente d’aver procurato un danno, esclamiamo:

  • So capite, va! Tra ju scarpare e ju banchètte nen ze pòtte sapè che era fatte la scureggia!

e.l.

Riproduzione riservata.

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