C’è un filo sottile che separa il godimento di una città dalla sua mortificazione quotidiana. E spesso quel filo lo spezza non un evento straordinario, ma un gesto banale, compiuto da mani indifferenti nel cuore di luoghi che dovrebbero essere custoditi come beni comuni.
È quello che ci è capitato di constatare di persona, nel corso di una visita al centro storico alto di Terracina, quella parte della città che conserva ancora intatta — almeno nelle pietre — la memoria secolare di una città straordinaria.
La mattinata era iniziata sotto i migliori auspici. Eravamo saliti fin lassù per osservare da vicino i lavori di restauro in corso presso la Chiesa di San Giovanni, uno degli edifici sacri più antichi e preziosi del patrimonio terracinese. Un cantiere che, va detto, fa ben sperare.
La chiesa merita attenzione, merita risorse, merita rispetto. E il restauro in atto sembra volergliene restituire almeno un po’.
Ed è proprio il contrasto con quanto visto subito dopo a rendere ancora più amara la constatazione.
Allontanandoci dal cantiere, ci siamo fermati sulla balaustra nei pressi di quello che fu il vecchio forno di Agnesina, uno di quei punti del centro storico alto che offrono una sosta naturale, quasi un invito a fermarsi, a guardare, a respirare la città antica.
Quell’invito, qualcuno lo ha trasformato in un bivacco. La seduta si presentava imbrattata di olio e altri liquidi, riversati con la noncuranza tipica di chi non conosce — o peggio, non riconosce — il significato di ciò che ha intorno. Nessun nome, nessun volto: solo il segno inequivocabile di un gesto incivile compiuto nell’indifferenza più totale.
Sia chiaro: non sappiamo chi siano i responsabili. Potrebbero essere turisti di passaggio, ignari o semplicemente disinteressati al contesto che li ospita. Potrebbero essere residenti, il che sarebbe persino più grave. La geografia dell’inciviltà, purtroppo, non conosce confini né carte d’identità.
Quello che sappiamo è che Terracina non merita questo. Non lo merita il suo centro storico, non lo meritano le sue piazze, non lo meritano i suoi scorci. E non lo meritano i cittadini perbene — la stragrande maggioranza — che quella città la vivono, la amano e la rispettano ogni giorno.
Segnalare queste cose, lo sappiamo, può sembrare un esercizio di stile, una piccola battaglia contro i mulini a vento. C’è chi potrebbe chiedersi a cosa serva occuparsi di una balaustra sporca quando ci sono problemi ben più grandi. Ma noi crediamo — forse con una punta di ostinata ingenuità — che il senso civico si alleni anche nelle piccole cose. Che il rispetto per uno spazio pubblico non sia meno importante del rispetto per una persona. Che chi impara a non imbrattare una panchina abbia già fatto un passo verso una comunità migliore.
Le “cose di tutti” non sono le cose di nessuno. Sono le cose di ognuno di noi. E finché non torneremo a sentirle davvero nostre — con tutto ciò che questo comporta in termini di cura e responsabilità — continueremo a trovare sedute unte, muri scarabocchiati e angoli dimenticati in quella che, con un po’ più di rispetto collettivo, potrebbe essere una città semplicemente bellissima.
Come, in fondo, già è. (everardo)
Foto di Giorgio Del Monte, che ringraziamo.
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