Il presidente Rocca moltiplica i tagli del nastro. Qualcuno, però, si chiede se dietro le cerimonie ci sia davvero la sostanza operativa necessaria.
Da settimane, ormai da mesi, non passa giorno senza che Francesco Rocca, presidente della Regione Lazio, compaia sorridente davanti a un’altra “Casa di Comunità” appena inaugurata. Al suo fianco, immancabile, lo stuolo dei rappresentanti politici del territorio, pronti all’applauso. Un attivismo che, a prima vista, parrebbe lodevole: strutture sanitarie di prossimità che aprono i battenti, promesse di assistenza capillare, cifre in bilancio annunciate con orgoglio. Tutto bene, dunque?
Non tutti sembrano convinti.
Tra gli addetti ai lavori circola, sottovoce, un’impressione difficile da ignorare. Queste strutture — rimaste come modello da perseguire per anni “belle addormentate” nei meandri burocratici di via Rosa Raimondi Garibaldi — sembrerebbero oggi svegliarsi tutte insieme, quasi su comando, con una tempistica che a molti appare più politica che sanitaria. L’accostamento, volutamente irriverente, che alcuni fanno è quello delle grandi parate militari di un tempo: un imponente dispiegamento di forze, ammirato dalla folla, dove ciò che conta è la scenografia più che la sostanza operativa.
L’imperativo, stando a quanto riferiscono alcuni insider, sarebbe sintetizzabile in una formula brutalmente pragmatica: “inaugurare, e poi vediamo”. I più critici traducono senza mezzi termini: aprire le porte, produrre consenso, incassare il plauso dei cittadini, rimandando a un futuro indefinito la soluzione dei problemi concreti.
Ed è qui che il quadro si complica. Perché una Casa di Comunità non è un nastro da tagliare: è un presidio sanitario che deve funzionare. Medici di medicina generale, infermieri di comunità, assistenti sociali, specialisti ambulatoriali, personale amministrativo. Senza queste figure, la struttura resta un contenitore vuoto, per quanto ben ristrutturato e fotografato.
Le domande che nessuno, tra i “plaudenti” al seguito del presidente, sembra porsi sono proprio quelle essenziali:
Quante unità di personale sono effettivamente in servizio al momento dell’inaugurazione?
Le attrezzature sono complete e adeguate alla missione prevista dai modelli del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza?
Quali servizi sono immediatamente attivi e quali, invece, rimangono sulla carta?
A queste domande, riferiscono alcuni operatori del settore, le risposte tardano ad arrivare — e quando arrivano, non sempre convincono.
Il dato politico è altrettanto significativo. Buona parte della classe dirigente regionale si accoda alle cerimonie senza esercitare alcuna funzione critica: plaude alle inaugurazioni, plaude ai prossimi numeri statistici, plaude in blocco. È esattamente in questi momenti che il ruolo di controllo della politica — verso sé stessa, prima ancora che verso i cittadini — dovrebbe manifestarsi con più coraggio.
I cittadini, però, non sono spettatori passivi. Sono utenti. E nel tempo valuteranno le Case di Comunità sulla base di un criterio semplice e inesorabile: ci trovo un medico quando ne ho bisogno? Riesco ad evitare il pronto soccorso per un problema che potrebbe essere gestito sul territorio? Ricevo davvero quella “presa in carico” integrata che mi è stata promessa?
L’idea alla base delle Case di Comunità è, in sé, solida e condivisibile: alleggerire i pronto soccorso congestionati, portare la sanità vicino alle persone, costruire reti di assistenza continuativa. Il PNRR ha stanziato risorse importanti proprio per questo. Ma una riforma sanitaria non si misura in nastri tagliati: si misura in liste d’attesa ridotte, in accessi appropriati, in pazienti cronici seguiti con continuità.
La vera partita, insomma, non si gioca il giorno dell’inaugurazione. Si gioca nei mesi e negli anni successivi, con il personale presente, le agende aperte e i servizi erogati. E su questo, al momento, le certezze scarseggiano quanto i medici in organico.
Aprire è un inizio. Ma senza chi ci lavora dentro, una casa — di comunità o no — resta solo un edificio. (everardo)
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