Programmazione, organizzazione, gestione dei servizi, tutto passa dalla Regione.
E proprio per questo chi la guida ha un dovere preciso, che non ammette deleghe né scorciatoie, garantire che il servizio funzioni con regolarità e che i diritti di chi ci lavora siano rispettati in modo pieno e assoluto. Le sue dichiarazioni in questo video, sconcertano.
Non si può sentire che la soluzione individuata per circa 1.900 lavoratori dei servizi legati alla sanità, oggi dipendenti di società esterne che hanno in appalto quei servizi e che non pagano con regolarità gli stipendi, sia la costituzione di una società consortile.
Un nuovo soggetto, un nuovo schermo, un nuovo passaggio intermedio tra la Regione e chi ogni giorno manda avanti CUP, sportelli, uffici e servizi senza i quali ospedali e ASL si fermerebbero.
Non si può sentire nemmeno che, con il passaggio alla costituenda società, questi lavoratori “staranno sicuramente meglio”.
Perché questa affermazione è, di fatto, un’ammissione, significa riconoscere che oggi i loro diritti sono compressi.
E se la Regione ne è consapevole, la domanda è inevitabile, perché ha tollerato fino ad ora questa situazione, e perché la risposta è una soluzione a metà?
Non si può sentire, ancora, che si tratta di un problema che si trascina da quarant’anni, affrontato con provvedimenti su provvedimenti, e che siamo ancora a questo punto. Quarant’anni sono la misura esatta di un fallimento.
Non la giustificazione per l’ennesimo rimedio parziale.
E non si può accettare che la Regione, pienamente consapevole di questa condizione, scelga di percorrere una strada che nella migliore delle ipotesi potrebbe migliorare la vita di questi lavoratori, quando esiste una strada che la migliorerebbe con certezza: l’assunzione diretta.
Chi svolge da anni, spesso da decenni, funzioni stabili e indispensabili per il Servizio sanitario regionale non ha bisogno di un nuovo datore di lavoro “di mezzo”.
Ha diritto di essere riconosciuto per ciò che è, personale della sanità pubblica.
Si obietterà che nella pubblica amministrazione si entra per concorso.
È vero, ed è giusto.
Ma proprio per questo la Regione ha gli strumenti per costruire percorsi di internalizzazione seri, con procedure pubbliche che valorizzino l’esperienza maturata sul campo da questi lavoratori.
Se la volontà politica ci fosse, la strada ci sarebbe.
La società consortile non è una risposta al vincolo del concorso, è un modo per aggirare la domanda di fondo, cioè se questi lavoratori debbano o no essere dipendenti pubblici a pieno titolo.
C’è poi un aspetto che non può passare inosservato.
I tempi dell’operazione sono stati verbalmente anticipati di circa un anno e mezzo. Una scelta che, guarda caso, finisce per coincidere con l’avvicinarsi delle prossime elezioni regionali.
Se l’urgenza è reale è legittimo chiedersi a chi serva davvero aspettare ancora un anno e mezzo.
È assurdo che un ente come la Regione, titolare esclusivo della competenza in materia sanitaria, debba ricorrere a espedienti organizzativi per gestire, e di fatto contenere, i diritti dei lavoratori di un settore che dipende interamente da lei.
La Regione non è un committente qualsiasi che si limita a scegliere il fornitore migliore, è il soggetto che ha la responsabilità politica e giuridica del servizio.
A questi 1.900 lavoratori non serve una nuova sigla societaria, serve dignità, stabilità, stipendi pagati puntualmente e parità di trattamento con i colleghi pubblici con cui lavorano fianco a fianco ogni giorno, serve, in una parola, la Regione, quella vera, non una sua controllata.”
Mauro Neri
I commenti non sono chiusi.